Articoli con tag: arrestato

Un altro deputato del PDL in galera

‘Ndrangheta, arrestato Matacena.
l’ex deputato era latitante a Dubai

L’ex parlamentare di Forza Italia è stato fermato negli Emirati, di ritorno dalle Seychelles: irreperibile da giugno, quando la sentenza della Cassazione ha confermato la pena di 5 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa

Lo leggo dopo
'Ndrangheta, arrestato Matacena. l'ex deputato era latitante a Dubai
Amedeo Matacena 

REGGIO CALABRIA – I carabinieri hanno arrestato a Dubai l’ex deputato di Forza Italia, Amedeo Matacena, latitante dallo scorso mese di giugno, quando la pena a 5 anni e 4 mesi di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa era diventata definitiva. L’operazione è stato effettuata dalla Sezione catturandi del nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio Calabria e dall’Interpol. I militari erano sulle tracce dell’ex politico già da qualche giorno e ieri sera hanno effettuato il blitz decisivo.

Secondo le informazioni trapelate, Matacena è stato individuato dopo che gli investigatori hanno monitorato un volo di rientro dalle Seychelles. Si dovrà adesso valutare la posizione degli Emirati Arabi, ai quali l’ex deputato potrebbe chiedere asilo politico per evitare l’espulsione. Matacena si era reso irreperibile da giugno, quando i carabinieri sono andati a casa a notificargli l’ordine di arresto. Formalmente la sua residenza è a Montecarlo ma ha sempre vissuto in Italia.

Imprenditore, figlio dell’omonimo armatore noto per avere dato inizio al traghettamento nello Stretto di Messina, Matacena è stato deputato per due legislature, tra il 1994 e il 2001. L’ex parlamentare era stato coinvolto nella maxi inchiesta “Olimpia” dei primi anni ’90, quando furono ricostruiti dalla Dda di Reggio molti eventi criminali, tra cui un centinaio di omicidi, e i rapporti ‘ndrangheta-politica in città fin dai primi anni ’80.

La Cassazione, nelle motivazioni della sentenza, aveva riconosciuto che l’ex deputato aveva favorito consapevolmente la cosca dei Rosmini. “Evidentemente non si può stringere un accordo con una struttura mafiosa – avevano scritto i giudici della quinta sezione penale -, se non avendo piena consapevolezza della sua esistenza e del suo modus operandi. Matacena era stato difeso senza successo da Franco Coppi e dall’ex Guardasigilli Alfredo Biondi. Era stato condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

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Operazione “Sisma”: ecco le foto degli arrestati

Francesco Lo Gelfo

Stefano Polizzi

Mariano Falletta

Vincenzo Ganci

Dopo avere condizionato la vita amministrativa del comune di Misilmeri, la mafia puntava a fare il salto di qualità. Voleva piazzare un suo uomo al consiglio comunale di Palermo. I carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo stanno eseguendo cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere. Anzi, quattro, perché c’è un nuovo latitante di mafia. Si tratta di Antonino Messicati Vitale, uomo d’onore di Villabate, uno che in carcere ha trascorso già un decennio. Ha sentito puzza di bruciato e si è dato alla macchia. Forse è volato in Sud Africa. Oltre a lui i provvedimenti colpiscono Francesco Lo Gerfo, indicato come il capomafia di Misilmeri, Mariano Falletta, anche lui di Misilmeri, e i palermitani Stefano Polizzi (presunto referente della cosca di Bolognetta) e Vincenzo Ganci (nella foto). Quest’ultimo è candidato al consiglio comunale nella lista Amo Palermo per Marianna Caronia sindaco. La carriera politica di Ganci è iniziata a Misilmeri, dove è stato eletto consigliere comunale nel 1998, prima che il Comune venisse sciolto per mafia. Assunto alla Gesip nel 2001, è attuale consigliere di circoscrizione (quartieri Oreto- Villagrazia-Falsomiele) eletto nel Pdl alle amministrative del 2007. A lui come a tutti gli altri indagati vengono contestati i reati di associazione mafiosa ed estorsione.

Il Comune di Misilmeri è nella bufera. Un avviso di garanzia, sempre mafia, è stato notificato a Giuseppe Cimò, attuale presidente del Consiglio comunale del paese nel Palermitano. Avrebbe agevolato la cosca nell’aggiudicazione di alcuni appalti. Il mediatore fra il capomafia Lo Gerfo e il politico sarebbe stato proprio Ganci. Sulla base delle indagini eseguite dai militari, coordinati dal colonnello Paolo Piccinelli, dal maggiore Antonio Coppola e dal capitano Salvatore Di Gesare, ci sono tutti i presupposti per chiedere lo scioglimento per mafia dell’amministrazione guidata dal sindaco Pietro D’Aì. Ci sarebbe, infatti, la regia di Cosa nostra persino dietro l’elezione di Giuseppe Cimò alla presidenza del Consiglio comunale e del suo vice Giampiero Marchese.

Lo Gerfo e Ganci, scrivono nella misura cautelare il procuratore aggiunto Ignazio de Francisci e i sostituti Lia Sava, Antonino Di Matteo, Marzia Sabella e Calogero Ferrara avrebbero condizionato la vita amministrativa. A cominciare dalla scelta di chi doveva guidare l’assemblea consiliare: “Noi altri ci recuperiamo quattro voti dall’altra parte… lo vedi che possiamo… li chiamiamo e si mettono tutti a disposizione”. I due temevano di essere intercettati: “Evitiamo un po’ di telefonate, attenzione perché se no lo sciolgono il consiglio comunale e non mi interessa niente… perché non sia mai Dio commissionano il Comune il danno è assai capisci?”. Lo Gerfo, inoltre anche messo le mani sullo smaltimento dei rifiuti attraverso l’impresa formalmente intestata a Falletta. Il controllo della ditta avrebbe consentito al capomafia di distribuire posti di lavoro al Coinres, il consorzio per la raccolta della spazzatura.

E poi, c’è il capitolo pizzo. E’ stata ricostruita l’estorsione, ordinata da Lo Gerfo ed eseguita da Messicati Vitale, ai danni del titolare della sala ricevimenti “Villa Fabiana”. Il video dei carabinieri lo immortale mentre paga tre rate da cinquecento euro ciascuna.

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Un anno fa era stato arrestato il fratello Marco Conti Taguali

29/01/2011 – cronaca LA POLSTRADA ARRESTA PERICOLOSO LATITANTE SULLA SR-CT.LUI TENTA LA FUGA FERMANDO AUTO IN TRANSITO

Era considerato un pericoloso latitante. Lo ha arrestato oggi la Polstrada di Siracusa, con la collaborazione del distaccamento di Lentini. Così in manette è finito Marco Conti Taguali. Una segnalazione della sua presenza è arrivata telefonicamente alla Stradale. Si parlava della presenza di una persona all’interno della galleria San Fratello dell’autostrada Siracusa-Catania. Tempestivo l’intervento degli agenti che in 5 minuti si trovavano sul posto. Una scena da film quella seguita, quando l’uomo si è accorto della presenza dei poliziotti. Conti Taguali avrebbe infatti tentato di fuggire con ogni mezzo, cercando di impossessarsi di autovetture in transito.Tentativo risultato vano. E’ stato comunque bloccato dagli agenti. Era latitante da un anno, “pericolosissimo”, dicono gli inquirenti. Il banale tentativo del latitante di sviare gli agenti con delle generalità ed un nome falso non sarebbe andato in porto. Da gennaio 2010 pendeva a suo carico un ordine di custodia cautelare emesso dalla Corte d’Assise d’Appello di Catania. Il latitante è ritenuto elemento di spicco di un’associazione operante nel territorio dei Comuni di Cesarò, Maniace, Bronte e territori limitrofi. E’ accusato di associazione a delinquere di tipo mafioso, concorso in omicidio aggravato e illegale detenzione di armi. E’ stato rinchiuso nella casa circondariale di Cavadonna.
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27 Gennaio 2010
TORTORICIANI RESIDENTI A MANIACE
Dopo le condanne all’ergastolo latitanti i cugini Conti Taguali

Raddoppia il numero dei latitanti sui Nebrodi e che potrebbero nascondersi, secondo gli investigatori, nel “loro” territorio, sui monti a cavallo delle province di Messina e Catania. Se da mesi, infatti, carabinieri e polizia danno la caccia ai fratelli Calogero e Vincenzino Mignacca, tra i 40 più pericolosi latitanti, adesso si aggiungono due nuovi esponenti della malavita nebroidea sfuggiti alla cattura. Sono i cugini Marco e Gianfranco Conti Taguali, originari di Tortorici ma residenti a Maniace, entrambi condannati all’ergastolo l’11 gennaio scorso dalla corte d’Assise d’Appello di Catania.
Sono ritenuti i responsabili, insieme a Giuseppe Pruiti, dell’omicidio di un allevatore di Maniace, Bruno Sanfilippo Pulici, che mori il 4 giugno del 2002 nell’ospedale Cannizzaro di Catania dove era stato ricoverato dopo essere stato ferito il giorno primo con colpi di fucile caricato a pallettoni in un podere di contrada Vellamazzo, nel comune di Cesarò. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Sanfilippo Pulici sarebbe stato eliminato nell’ambito di contrasti sorti tra allevatori della zona. Le indagini confluirono nell’inchiesta antimafia Tunnel-Nitor che il 10 febbraio del 2004 portò all’esecuzione di venti fermi da parte dei carabinieri dei Comandi provinciali di Catania e Messina. Una operazione dei carabinieri delle Compagnie di S. Stefano Camastra e Randazzo che portò all’esecuzione del fermo di venti persone, tra cui un presunto boss. I fermati facevano parte delle famiglie rivali dei Santapaola e dei Mazzei ed erano ritenuti responsabili della gestione del racket delle estorsioni e del traffico di droga a Maniace e Bronte, nel versante catanese e a Cesarò e S. Teodoro. [Alessandra Serio]

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12 Gennaio 2010
ASSISE D’APPELLO. RIBALTATA LA SENTENZA DI PRIMO GRADO. CARCERE A VITA COMMINATO AI CUGINI GIANFRANCO E MARCO CONTI TAGUALI E GIUSEPPE PRUITI

Maniace, delitto Sanfilippo Puliti: tre ergastoli
Due assoluzioni trasformate in condanne al carcere a vita e un ergastolo confermato. Si è concluso cosi il processo d’appello per l’omicidio di Bruno Sanfilippo Pulici, un pastore di Maniace di trent’anni che perse la vita il 4 giugno 2002, il giorno dopo essere stato ferito da un fucile a pallettoni mentre si trovava al volante del suo fuoristrada.

 

Ieri mattina la Corte d’assise d’appello presieduta da Giulia Caruso, accogliendo le richieste formulate dal pubblico ministero Fabio Scavone, ha riformato la sentenza di primo grado, condannando al carcere a vita i cugini Gianfranco e Marco Conti Taguali, che erano stati assolti dall’accusa di omicidio ma condannati per l’associazione mafiosa. Ergastolo confermato invece per Giuseppe Pruiti, l’unico ad essere rimasto in carcere dal giorno dell’arresto. I cugini Conti Taguali furono scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare e sono attualmente liberi. I giudici hanno fissato una provvisionale di 30 mila euro per ciascuno dei sette familiari che si sono costituiti parte civile.
Il processo d’appello si è protratto per oltre due anni per fare luce su un omicidio che l’accusa ritiene scaturito da un diverbio sorto per questioni di pascolo. Non si conoscono ancora le motivazioni della sentenza, che saranno depositate nel giro di 90 giorni, ma pare che decisivi siano stati i risultati della perizia affidata all’esperto informatico Gioacchino Genchi per localizzare i punti di aggancio dei telefonini, non solo degli imputati ma anche degli altri esponenti del clan mafioso che fa capo al boss Francesco Montagno Bozzone. L’omicidio di Sanfilippo Pulici fu trattato nell’ambito dell’inchiesta antimafia Tunnel che il 10 febbraio del 2004 portò all’esecuzione di venti fermi da parte dei carabinieri dei comandi provinciali di Catania e Messina.
Il pastore morì all’ospedale Cannizzaro di Catania dove era stata ricoverato dopo essere stato ferito il giorno prima a colpi di fucile caricato a pallettoni in un podere di contrada Vellamazzo, nel comune di Cesarò, sui Nebrodi. Fu il padre della vittima a fornire agli investigatori la chiave per risolvere il delitto: l’uomo, con un atto di coraggio, raccontò che il figlio, durante il trasporto in ospedale, gli aveva rivelato i nomi dei suoi assassini. Il problema sollevato dalla difesa era quello di capire se la vittima fosse nelle condizioni di fare questo genere di rivelazioni e se il padre fosse credibile, visto che in un primo momento aveva sostenuto di non sapere nulla del ferimento. [Clelia Coppone]

12 Gennaio 2010
MANIACE
UCCISERO PER UNO «SGARRO» ALLA COSCA

Tre ergastoli per l’omicidio Pulici
Tre ergastoli per tre presunti esponenti della così detta “Mafia dei Nebrodi”, ritenuti responsabili dell’omicidio di Bruno Sanfilippo Pulici, avvenuto nel giugno del 2002 nelle campagne di Cesarò. La prima Corte d’assise d’appello di Catania, presieduta da Giulia Caruso, accogliendo la richiesta del pm Fabio Scavone, ha condannato all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio Giuseppe Pruiti, 40 anni di Cesarò, che ha visto confermata la condanna in primo grado e i cugini Gianfranco e Marco Conti Taguali, rispettivamente di 35 e 55 anni entrambi di Maniace, che erano stati invece assolti dall’accusa di omicidio, ma condannati a 7 anni di reclusione per associazione mafiosa.
I tre erano finiti in manette nell’ambito delle operazioni antimafia del 9 e 10 febbraio 2004 denominate “Nitor” e “Tunnel” eseguite dai carabinieri delle Compagnie di S. Stefano Camastra e Randazzo. Erano considerati appunto gli esecutori materiali dell’omicidio di Bruno Pulici Sanfilippo che nella propria campagna in contrada Vallonazzo, a Cesarò, fu raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco. Il giovane, nonostante le ferite riportate, riuscì a fuggire e raggiungere casa dove il padre lo soccorse portandolo in ospedale. Morì all’ospedale Cannizzaro di Catania dopo qualche giorno rivelando, prima di spirare, i nomi dei killer. Per gli inquirenti Bruno Sanfilippo pagò a caro prezzo uno sgarro fatto alla cosca di Cesarò e Maniace. Lo stesso, considerato un “cane sciolto”, infatti, avrebbe addossato a qualche componente della cosca la responsabilità di alcuni danneggiamenti ed estorsioni. [R. P.]

 

OMICIDIO PULICI A CESARO’ CHIESTI TRE ERGASTOLI IN APPELLO

Gli imputati sono due di Maniace ed uno di origine Brontese.

Tre ergastoli per l’omicidio di bruno sanfilippo Pulici, avvenuto nel giugno del 2002 nelle campagne di Cesarò. Li ha chiesti la pubblica accusa ai giudici della corte d’assise d’appello di Catania che stanno celebrando il processo a carico di Giuseppe Pruiti, 38 anni, originario di bronte ma residente a Cesarò, Gianfranco e Marco Conti Taguali, rispettivamente di 33 e 53 anni, entrambi residenti a Maniace.     Segue nei Dettagli

Pruiti era stato condannato in primo grado all’ergastolo, mentre i due Conti taguali erano stati assolti dall’accusa di omicidio e condannati a 7 anni di reclusione solo per il reato di associazione mafiosa. Ieri il Pm Fabio Scavone ( applicato anche per il processo in appello) ha chiesto l’ergastolo per tutti e tre, e, in subordine, per i Conti Taguali, l’inasprimento della pena almeno ad un anno in più di reclusione. I tre erano finiti in manette nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Nitor”, eseguita dai carabinieri della compagnia di S.Stefano  Calastra il 9 febbraio del 2004. I fatti contestati a Pruiti e ai Conti Taguali, considerati gli esecutori materiali dell’omicidio di sanfilippo Pulici, risalgono ai primi giorni del giugno 2002. Bruno Sanfilippo Pulici stava raggiungendo la propria campagna quando, in contrada Vallonazzo, a Cesarò, fu raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco. Il giovane, nonostante le ferite riportate, riuscì a fuggire  e raggiungere casa dove il padre lo soccorse portandolo in ospedale. Morì al “Vittorio Emanuele” di Catania dopo qualche giorno rivelando, prima di spirare, i nomi dei killer. Per gli inquirenti sanfilippo pagò a caro prezzo uno sgarro fatto alla cosca di Cesarò e Maniace. Lo stesso, considerato un “cane sciolto”, avrebbe addossato a qualche componente della cosca la responsabilità di alcuni danneggiamenti ed estorsioni.       Fonte “La Sicilia”  del 24-11-2007

 
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Catturato Gianfranco Conti Taguali

Mafia: arrestato un latitante a Catania, era tra i 100 più pericolosi

24 marzo 2012 –  Finisce in manette un latitante che ora deve scontare l’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. I carabinieri del Reparto operativo di Catania, a conclusione di un’intensa e prolungata attività di indagine, hanno catturato Gianfranco Conti Taguali, 38 anni, di Maniace, ritenuto elemento di spicco per l’area di Bronte della cosca mafiosa “Ercolano-Santapaola”.

Il pregiudicato, inserito nell’elenco dei “latitanti pericolosi” ed irreperibile dal gennaio del 2010, deve scontare la pena dell’ergastolo in quanto ritenuto colpevole di associazione mafiosa e omicidio. Nella circostanza, e’ stato catturato anche un messinese che ne favoriva la latitanza. (italpress)

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Arrestato Gianfranco Conti Taguali: era tra i 100 latitanti più pericolosi

Arrestato Gianfranco Conti Taguali: era tra i 100 latitanti più pericolosi

I carabinieri del Reparto Operativo di Catania, a conclusione di un’intensa e prolungata attività info-investigativa, hanno arrestato Gianfranco Conti Taguali, 38enne di Maniace, considerato elemento di spicco per l’area di Bronte dell’organizzazione mafiosa Ercolano-Santapaola

di Redazione 24/03/2012
I carabinieri del Reparto Operativo di Catania, a conclusione di un’intensa e prolungata attività info-investigativa, hanno arrestato Gianfranco Conti Taguali, 38enne di Maniace, considerato elemento di spicco per l’area di Bronte dell’organizzazione mafiosa Ercolano-Santapaola. Conti era inserito nell’elenco dei latitanti pericolosi ed era irreperibile dal gennaio del 2010. Deve scontare la pena dell’ergastolo in quanto ritenuto colpevole di associazione mafiosa e omicidio. Oltre al 38enne è stato catturato anche un messinese che ne favoriva la latitanza.La sua latitanza era cominciata allorquando la Corte di Appello di Catania si pronunciava in secondo grado in merito all’omicidio di Sanfilippo Pulici Bruno, avvenuto in contrada Vallonazzo di Cesarò (ME) il 3 giugno del 2002. Il fatto di sangue scaturì allorquando il Sanfilippo, accusato in ambienti mafiosi di aver perpetrato un abigeato, al fine di allontanare da sé i sospetti, incolpò del fatto GP., di Cesarò, il quale, insieme al Conti, organizzò l’omicidio del Sanfilippo che con premeditazione venne assassinato con numerosi colpi di fucile caricato a pallettoni.Per tale fatto e per altri, le indagini condotte all’epoca dai Carabinieri di Randazzo portarono alla luce l’operatività di un’associazione mafiosa dotata di elevata capacità di fuoco, attiva nei Comuni di Maniace, Bronte, Cesarò, San Teodoro e zone limitrofe, finalizzata alla commissione, mediante la forza di intimidazione del vincolo associativo, di una serie indeterminata di delitti contro la persona ed il patrimonio (omicidi volontari, tentati omicidi, estorsioni, lesioni, minacce, danneggiamenti, incendi, furti, ricettazioni, detenzioni di armi ed esplosivi, commercio di stupefacenti) ed all’acquisizione in modo diretto o indiretto della gestione e del controllo di attività economiche. L’attività d’indagine si concluse con l’esecuzione dell’operazione denominata TUNNEL, nell’ambito della quale il 10 febbraio 2004, furono arrestati 23 soggetti tutti di Bronte, Maniace e Cesarò.Per l’omicidio Sanfilippo, fu condannato all’ergastolo in primo grado solo G.P., mentre Conti a sette anni solo per associazione mafiosa.A seguito del ricorso presentato dalla Procura di Catania, la Corte d’Appello, nell’udienza che si tenne l’11 gennaio del 2010, modificò la sentenza di primo grado condannando all’ergastolo Conti, sia per l’omicidio, sia per la predetta associazione, con le aggravanti di essersi avvalsi del metodo mafioso nell’uso delle armi. Conti quel giorno stesso, si allontanò facendo perdere le proprie tracce.

Solo ieri, si è conclusa la latitanza di Conti Taguali Gianfranco a seguito di un’incessante attività di ricerca da parte dei Carabinieri del Comando Provinciale di Catania. Il cerchio intorno al catturando si è andato stringendo via via sempre più, soprattutto dopo che lo stesso, nel gennaio del 2012, è stato inserito nell’elenco dei Latitanti pericolosi, ove sono inclusi, a livello nazionale, i soggetti ritenuti di estrema pericolosità, appartenenti alla criminalità organizzata o responsabili di gravi fatti di sangue. Le ricerche, coordinate dalla Dottoressa Carolina Tafuri, Presidente della I Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Catania, si sono estese in varie località delle province di Siracusa e Messina, ove il latitante negli ultimi mesi si è frequentemente mosso grazie ad una fitta rete di fiancheggiatori che gli hanno garantito la disponibilità di rifugi in zone impervie e difficilmente raggiungibili o controllabili da vicino. Negli ultimi tempi, infatti, le indagini avevano consentito di verificare la presenza del ricercato in diverse masserie ove lo stesso si fermava per trascorrere anche una sola notte, verosimilmente in ragione dell’aumentata pressione degli investigatori che ormai erano sulle sue tracce. In più di un’occasione, infatti, nell’ultima settimana della sua latitanza, il Conti era stato intravisto dai militari dell’Arma che non avendo la certezza sull’identità della persona si erano limitati ad osservare le sue mosse con difficoltà, in quanto lo stesso non si ripresentava mai nei luoghi ove era stato avvistato.

ra il dispositivo per la cattura era pronto ad intervenire e quando una delle pattuglie ha dato il via all’operazione dopo averlo incrociato sulla statale 417, le maglie si sono strette intorno al latitante che non ha avuto scampo. Sorpreso dell’intervento tempestivo dei Carabinieri, disarmato e stupito di essere bloccato da militari che gli erano parsi dei “pastori”, si è solo lasciato sfuggire che stava andando a pernottare in una masseria, situata lungo una stradina che si inerpicava per la montagna

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L’OPERAZIONE DEI CARABINIERI

Preso ergastolano boss Conti Taguali:
era tra i cento latitanti più pericolosi

L’uomo, originario di Maniace, è un elemento di spicco dell’organizzazione mafiosa Ercolano-Santapaola

CATANIA – I carabinieri del reparto operativo di Catania, a conclusione di un’intensa e prolungata attività investigativa, hanno arrestato il latitante Gianfranco Conti Taguali, di 38 anni. L’uomo, originario di Maniace, è un elemento di spicco dell’organizzazione mafiosa Ercolano-Santapaola, nell’area di Bronte. Il ricercato, inserito nell’elenco dei 100 Latitanti pericolosi d’Italia, ed irreperibile dal gennaio del 2010, deve scontare una condanna all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Durante l’operazione i militari dell’Arma hanno arrestato anche un messinese, fiancheggiatore del ricercato, per favoreggiamento.******************************************************************
Arrestato dai carabinieri l’ergastolano latitante Gianfranco Conti Tagualli, 37 anni, ritenuto dagli investigatori elemento di spicco del clan mafioso Ercolano-Santapaola, nell’area di Bronte. Era inserito nell elenco dei 100 latitanti pericolosi d’Italia ed era ricercato dal 14 gennaio del 2010.
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Arrestato il mafioso Gianfranco TagualiArrestato il mafioso Gianfranco Taguali

Roma, 24-03-2012

I carabinieri del Reparto Operativo di Catania, a conclusione di un’intensa e prolungata attività info-investigativa, hanno arrestato Gianfranco Conti Taguali, 38enne di Maniace, considerato elemento di spicco per l’area di Bronte dell’organizzazione mafiosa Ercolano-Santapaola. Conti era inserito nell’elenco dei latitanti pericolosi ed era irreperibile dal gennaio del 2010. Deve scontare la pena dell’ergastolo in quanto ritenuto colpevole di associazione mafiosa e omicidio. Oltre al 38enne è stato catturato anche un messinese che ne favoriva la latitanza.

Conti Taguali, che era ricercato da 14 mesi, è stato bloccato mentre con un cappellino in testa e un maglione rosso usciva dall’abitazione di un suo fiancheggiatore per salire su un auto per trasferirsi in un altro covo, una masseria di campagna, a Caltagirone.
Ai carabinieri che lo hanno fermato, ha detto: “State sbagliando non sono quello che cercate”. Poi, messo alle strette, ha ammeso la sua vera identità, e ha chiesto: “Come avete fatto a prendermi?”.

Gianfranco Conti Taguali, tra i pochi boss catanesi di spicco ancora liberi, il pomeriggio dell’11 gennaio era fuggito dal palazzo di giustizia mentre la Corte d’assise d’appello di Catania pronunciava la sentenza di condanna all’ergastolo per lui e per suo cugino, arrestato qualche mese fa. I due sono accusati dell’omicidio di Bruno Sanfilippo Pulici, ucciso il 3 giugno del 2002 in contrada “Vallonazzo” a Cesarò (Messina).

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Omicidio nel Messinese, tre ergastoli

11 gennaio 2010 18:22
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La prima Corte d’assise d’appello di Catania, presieduta da Giulia Caruso, accogliendo la richiesta del pm Fabio Scavone, ha condannato all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio tre presunti appartenenti alla cosa Montagno Bozzone. Sono Giuseppe Pruiti, che ha visto confermata la condanna in primo grado, e i cugini Gianfranco e Marco Conti Taguali, che erano stati invece assolti dall’accusa di omicidio ma condannati per l’associazione mafiosa. Il delitto trattato dal processo è quello di un allevatore di Maniace, Bruno Sanfilippo Pulici, 30 anni, che morì il 4 giugno del 2002 nell’ospedale Cannizzaro di Catania dove era stata ricoverato dopo essere stato ferito il giorno primo con colpi di fucile caricato a pallettoni in un podere di contrada Vellamazzo, nel comune nebroideo di Cesarò, nel Messinese. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Sanfilippo Pulici sarebbe stato eliminato nell’ambito di contrasti sorti tra allevatori della zona. Le indagini confluirono nell’inchiesta antimafia Tunnel che il 10 febbraio del 2004 portò all’esecuzione di venti fermi da parte dei carabinieri dei comandi provinciali di Catania e Messina.

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MANIACE: Uccisero per uno «sgarro» alla cosca Tre ergastoli per l’omicidio Pulici
Inserito il 12 gennaio 2010 alle 18:30:00 da bronte1183. IT – Bronte 118

Tre ergastoli per tre presunti esponenti della così detta “Mafia dei Nebrodi”, ritenuti responsabili dell’omicidio di Bruno Sanfilippo Pulici, avvenuto nel giugno del 2002 nelle campagne di Cesarò. La prima Corte d’assise d’appello di Catania, presieduta da Giulia Caruso, accogliendo la richiesta del pm Fabio Scavone, ha condannato all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio Giuseppe Pruiti, 40 anni di Cesarò, che ha visto confermata la condanna in primo grado, e i cugini Gianfranco e Marco Conti Taguali, rispettivamente di 35 e 55 anni entrambi di Maniace, che erano stati invece assolti dall’accusa di omicidio, ma condannati a 7 anni di reclusione per associazione mafiosa

I tre erano finiti in manette nell’ambito delle operazioni antimafia del 9 e 10 febbraio 2004 denominate “Nitor” e “Tunnel” eseguite dai carabinieri delle Compagnie di S. Stefano Camastra e Randazzo. Erano considerati appunto gli esecutori materiali dell’omicidio di Bruno Pulici Sanfilippo che nella propria campagna in contrada Vallonazzo, a Cesarò, fu raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco. Il giovane, nonostante le ferite riportate, riuscì a fuggire e raggiungere casa dove il padre lo soccorse portandolo in ospedale. Morì all’ospedale Cannizzaro di Catania dopo qualche giorno rivelando, prima di spirare, i nomi dei killer. Per gli inquirenti Bruno Sanfilippo Sanfilippo pagò a caro prezzo uno sgarro fatto alla cosca di Cesarò e Maniace. Lo stesso, considerato un “cane sciolto”, infatti, avrebbe addossato a qualche componente della cosca la responsabilità di alcuni danneggiamenti ed estorsioni.
R. P.

FONTE LA SICILIA 12-01-2010

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Raddoppia il numero dei latitanti sui Nebrodi e che potrebbero nascondersi, secondo gli investigatori, nel “loro” territorio, sui monti a cavallo delle province di Messina e Catania. Se da mesi, infatti, carabinieri e polizia danno la caccia ai fratelli Calogero e Vincenzino Mignacca, tra i 40 più pericolosi latitanti, adesso si aggiungono due nuovi esponenti della malavita nebroidea sfuggiti alla cattura. Sono i cugini Marco e Gianfranco Conti Taguali, originari di Tortorici ma residenti a Maniace, entrambi condannati all’ergastolo l’11 gennaio scorso dalla corte d’Assise d’Appello di Catania.

[segue nel “Leggi tutto…”]

Sono ritenuti i responsabili, insieme a Giuseppe Pruiti, dell’omicidio di un allevatore di Maniace,Bruno Sanfilippo Pulici, che morì il 4 giugno del 2002 nell’ospedale Cannizzaro di Catania dove era stata ricoverato dopo essere stato ferito il giorno primo con colpi di fucile caricato a pallettoni in un podere di contrada Vellamazzo, nel comune di Cesarò. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Sanfilippo Pulici sarebbe stato eliminato nell’ambito di contrasti sorti tra allevatori della zona.Le indagini confluirono nell’inchiesta antimafia Tunnel-Nitor che il 10 febbraio del 2004 portò all’esecuzione di venti fermi da parte dei carabinieri dei Comandi provinciali di Catania e Messina. Una operazione dei carabinieri delle Compagnie di S. Stefano Camastra e Randazzo che portò all’esecuzione del fermo di venti persone, tra cui un presunto boss. I fermati facevano parte delle famiglie rivali dei Santapaola e dei Mazzei ed erano ritenuti responsabili della gestione del racket delle estorsioni e del traffico di droga a Maniace e Bronte, nel versante catanese e a Cesarò e S. Teodoro.

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MANIACE: ERGASTOLANO LATITANTE PRESO IN UNA GALLERIA DELLA CT-SR
Inserito il 30 gennaio 2011 alle 16:37:00 da bronte1185. IT – Bronte 118Vagava a piedi, come fosse in stato confusionale, nella corsia di sorpasso dell’autostrada Catania Siracusa. L’uomo è entrato addirittura all’interno della galleria San Fratello, rischiando di farsi investire. Un automobilista ha chiamato la Polizia Stradale che in un battibaleno è arrivata sul posto e ha bloccato l’incauto pedone. Mai gli agenti avrebbero immaginato di trovarsi di fronte uno dei più pericolosi latitanti della mafia dei Nebrodi. E’ durata un anno e 18 giorni la latitanza di Marco Conti Taguali, 37 anni, di Maniace, condannato l’11 gennaio scorso all’ergastolo dalla Corte d’assise d’appello perché responsabile, assieme ad altri due complici dell’omicidio di Bruno Sanfilippo Pulici, avvenuto nel giugno del 2002 nelle campagne di Cesarò. L’uomo, alla presenza dei poliziotti della Stradale, ha prima tentato di fermare qualche auto per scappare e poi ha fornito false generalità. Ormai però il suo destino era segnato, dopo i primi accertamenti i poliziotti hanno capito chi avevano davanti. Marco Conti Taguali è considerato un elemento di spicco della malavita che opera fra Cesarò, Maniace, Bronte e territori limitrofi.

SEGUE NEI DETTAGLI

Fu arrestato all’interno dell’operazione “Tunnel” ed era sorvegliato speciale, con obbligo della firma presso la caserma dei carabinieri a Maniace. Ma dalla vigilia del giorno del processo, nessuno ha avuto più notizie. Ad essere accusati dell’omicidio Pulici erano stati in tre, ovvero Giuseppe Pruiti, 41 anni di Cesarò, già condannato in primo grado ed attualmente in carcere, e i cugini Gianfranco (57anni) e Marco Conti Taguali, che invece in primo grado erano stati assolti dall’accusa di omicidio, ma condannati a 7 anni di reclusione solo per associazione mafiosa. La prima Corte d’assise d’appello di Catania, invece, presieduta da Giulia Caruso, accogliendo la richiesta del pm Fabio Scalone, ha invece ribaltato la sentenza, condannando all’ergastolo anche i due cugini che, per evitare il carcere si sono dati alla latitanza. Per Marco però adesso si sono aperte le porte del carcere. I poliziotti della Stradale dopo aver avvertito il magistrato Giancarlo Longo, lo hanno accompagnato nel carcere di Siracusa. L’agguato a Bruno Pulici Sanfilippo avvenne in campagna a Cesarò. Morì all’ospedale Cannizzaro dopo qualche giorno rivelando, prima di spirare, i nomi dei killer.

R.P. Fonte “La Sicilia” del 30-01-2011   

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Arrestato Ciro Carava’ sindaco di Campobello di Mazara

Intervista su S

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Caravà, il sindaco antimafia
“Appalti e lavori ai mafiosi”

 
venerdì 16 dicembre 2011
08:22
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Cirò Caravà, il sindaco di Campobello di Mazara arrestato oggi dai carabinieri con l’accusa di associazione mafiosa, indicato dagli inquirenti come “l’espressione politica” delle cosche locali, é un’amministratore di lungo corso che è sempre stato in prima fila nelle iniziative antimafia. Come l’inaugurazione di un centro dell’Avis, avvenuta un anno fa su un fondo confiscato al boss locale Nunzio Spezia, morto nel 2009. Alla guida di una giunta di centrosinistra, vicino al Pd, Caravà, 52 anni, ragioniere, è stato consigliere comunale dal 2001 al 2006, anno in cui fu eletto sindaco in quota Democrazia europea, la formazione politica promossa dall’ex leader della Cisl Sergio D’Antoni.

Al ballottaggio si impose sul sindaco uscente Daniele Mangiaracina, candidato del centrodestra. Una sfida che si è riproposta anche alle ultime amministrative del giugno scorso, quando bissò il successo con 3.817 voti, il 54,56%. A sostenerlo un cartello formato da Pd, Mpa e Democrazia e libertà, con l’appoggio esterno di Api e la lista Fratelli d’Italia. Nel 2008, mentre Caravà era in carica, il Comune di Campobello di Mazara fu oggetto di una ispezione disposta dal Ministero dell’Interno per verificare eventuali infiltrazioni mafiose, che non ebbe alcun seguito.

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MAFIOSO ANTIMAFIOSO?

16/12/2011 –

Cirò Caravà, il sindaco di Campobello di Mazara, arrestato oggi dai carabinieri con l’accusa di associazione mafiosa, indicato dagli inquirenti come “l’espressione politica” delle cosche locali, é un’amministratore che è sempre posto in prima fila nelle iniziative antimafia.

Era in prima fila anche all’inaugurazione di un centro dell’Avis, avvenuta un anno fa su un fondo confiscato al boss locale Nunzio Spezia, morto nel 2009.

Alla guida di una giunta di centrosinistra, vicino al Pd e al Sen. Lumia, Caravà, 52 anni, ragioniere, è stato consigliere comunale dal 2001 al 2006, anno in cui fu eletto sindaco in quota Democrazia europea, la formazione politica promossa dall’ex leader della Cisl Sergio D’Antoni.

Al ballottaggio si impose sul sindaco uscente Daniele Mangiaracina, candidato del centrodestra.

Una sfida che si è riproposta anche alle ultime amministrative del giugno 2011, quando ha fatto bis con 3.817 voti, il 54,56% delle preferenze.

A sostenerlo un cartello formato da Pd, Mpa e Democrazia e libertà, con l’appoggio esterno di Api e la lista Fratelli d’Italia.

L’alleanza insomma che sostiene il Presidente della Regione Raffaele Lombardo.

Nel 2008, mentre Caravà era in carica, il Comune di Campobello di Mazara fu oggetto di una ispezione disposta dal Ministero dell’Interno per verificare eventuali infiltrazioni mafiose, che non ebbe alcun seguito.

Fatta la cronaca, non si può non denunciare come un’Antimafia che mantiene al suo interno personaggi ambigui risulti dannosa alla lotta alla mafia tanto quanto lo sono i collusi d’ogni tipo, mentre il colpo sulla fiducia dei cittadini è enormemente più grave ed insanabile poiché disorienta e rende questo nostro popolo siciliano incredulo e rassegnato.

L’Antimafia in Sicilia ha offerto vite e destini per il riscatto  e davvero c’è da augurarsi che più selezione, più severità, più serietà intervengano tra le fila di un movimento civile e di coscienze che non può essere imbrattato da indegni doppiogiochisti.

L’arresto del sindaco di Campobello di Mazara prova altresì, se ce ne fosse stato bisogno, come la Mafia ha interesse appunto ad infiltrare proprio il suo nemico più temuto: l’Antimafia.

Attenti quindi e grazie alla Magistratura per aver saputo smascherare anche quest’ennesima trama di complicità ed affari.

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Mafia decapitata a Campobello di Mazara
Si stringe il cerchio su Messina Denaro

In manette 11 persone, tra cui il sindaco della cittadina in provincia di Trapani. Considerato un amministratore anti-cosche, per gli inquirenti è “l’espressione politica della locale consorteria mafiosa”

Il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà
 

Matteo Messina Denaro forse avrà sentito il rumore delle manette dal suo nascondiglio, perché mai come ora il cerchio delle forze dell’ordine sulla sua latitanza sembra vicino a chiudersi. E’ di undici arresti, del resto, il bilancio dell’operazione messa a segno stamattina dai carabinieri del Ros a Campobello di Mazara, cittadina in provincia di Trapani nonché una delle ultime roccaforti del ricercato numero uno di mafia. Per tutti, le accuse parlano di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. In carcere, sono finiti nomi eccellenti: non solo figure di spicco della famiglia mafiosa di Campobello, ma anche e soprattutto il sindaco del Comune trapanese, Ciro Caravà (Pd), da tutti considerato un primo cittadino anti-mafia. Il suo impegno contro le cosche, però, secondo gli inquirenti era solo un tentativo di depistare la sua reale natura. Secondo l’accusa, il primo cittadino avrebbe distribuito appalti a imprenditori vicini al clan che è stato decapitato e avrebbe dato persino biglietti aerei ai familiari di detenuti reclusi al Nord. La famiglia mafiosa di Campobello, a sua volta, avrebbe tenuto uno “stretto collegamento” con il boss latitante e “attraverso un pervasivo controllo del territorio” sarebbe riuscita a “infiltrare progressivamente le attività imprenditoriali ed economiche dell’area”.

L’indagine degli inquirenti è stata avviata nel 2006 per fare “terra bruciata” attorno al superlatitante Matteo Messina Denaro. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Maria Teresa Principato e dai Sostituti Procuratori Marzia Sabella e Pierangelo Padova, si è concentrata – oltre che sull’attività di importanti uomini d’onore – anche su alcuni “insospettabili”, accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni. L’attività degli investigatori ha permesso di far luce sugli assetti e le dinamiche criminali della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, una delle più attive del mandamento di Castelvetrano retto da Messina Denaro. In particolare, è stata accertata la rivalità tra due opposti schieramenti riconducibili rispettivamente all’anziano boss Leonardo Bonafede e a Francesco Luppino, arrestato di recente nell’ambito dell’operazione “Golem”, ritenuto uno dei fiancheggiatori del latitante trapanese.

Gli investigatori hanno accertato la gestione occulta, da parte di Cosa Nostra, di società e imprese in grado di monopolizzare il mercato olivicolo ed altri settori dell’economia. In tal senso, il sindaco Caravà (in carica dal giugno del 2006 e rieletto nelle ultime amministrative nel maggio 2011) era considerato “l’espressione politica della locale consorteria mafiosa”. Oltre al capo della famiglia Leonardo Bonafede, detto “u zu Nardino”, è stato arrestato Filippo Greco, noto imprenditore di Campobello, da tempo trasferitosi a Gallarate (Va), ritenuto uno dei principali finanziatori nonché il “consigliere economico” dell’organizzazione mafiosa. Misure cautelari sono state inoltre eseguite nei confronti di Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, considerati il “braccio operativo” del capo della famiglia mafiosa. Destinatari dei provvedimenti cautelari sono inoltre: Calogero Randazzo, già condannato per associazione mafiosa; Gaspare Lipari, che avrebbe svolto la funzione di “collegamento” tra il sindaco ed il capomafia; Vito Signorello, anche egli condannato per mafia.

Ha fatto particolarmente scalpore, invece, l’arresto del sindaco Ciro Caravà. Secondo gli inquirenti, per non destare sospetti, aveva deciso di fare costituire il Comune parte civile nei processi a carico del boss Matteo Messina Denaro, pur essendo molto vicino al latitante e alla famiglia mafiosa della zona. Sono numerose le intercettazioni a tirare in ballo il primo cittadino. In una conversazione la moglie di un boss spiega al marito che proprio grazie al sindaco avrebbe ottenuto in regalo i biglietti aerei per raggiungere il congiunto nel carcere del Nord Italia. Non solo. Gli inquirenti sono convinti, inoltre, che il sindaco Caravà avrebbe distribuito ai mafiosi anche lavori e appalti del Comune. Come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Maria Pino, già nel 2006 Caravà era stato denunciato per estorsione e voto di scambio. Ma l’inchiesta finì con un’archiviazione. Nel 2008 il Viminale inviò gli ispettori al Comune per verificare eventuali infiltrazioni mafiose. Caravà è stato rieletto primo cittadini nel giugno scorso

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Arrestato Tarantini e la moglie leggi allegato

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