Archivi del mese: Gennaio 2015

Ricordo di Piazza Spedalieri quando Firrarello non c’era. I brontesi rimpiangono quella piazza e tutti condividono l’idea che doveva essere migliorata sullo stesso stile e non distrutta. I vasi che ammortizzano l’orrore creato sembra che rispecchiano la terrazza del capo dell’amministrazione

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Alcuni commenti di cittadini brontesi trovati su facebook


Con Nunzio Currao e Nunzio Galvagno.

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IlFattoQuotidiano.it / Speciale Quirinale

Sergio Mattarella e il fantasma della DC (storify #MattarellaPresidente)

Sergio Mattarella e il fantasma della DC (storify #MattarellaPresidente)

Speciale Quirinale
“Il ritorno della Democrazia Cristiana”. Così molti utenti sui social network interpretano l’elezione di Sergio Mattarella. Si va dal fantasma di Andreotti in aula al “ritorno della balena bianca”, fino all’ormai storico motto: #moriremodemocristiani.

L’impero colpisce ancora

Ritorno al passato

Nazareno, DC, Renzi, Gesù, c’è tutto

C’era una volta la DC

Si aggira un fantasma in aula

Strane somiglianze

Inquietanti anagrammi

Moriremo democristiani?

La balena bianca

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Renzi ad Alfano: “O voti con noi o ti licenzio”. E il leader Ncd ha detto “sì”. Un autogol pagato a caro prezzo: adesso i moderati contano ancora di meno e sono “esplosi” al primo, vero appuntamento politico.

EFFETTO QUIRINALE

Per un Mattarella che sale al Colle
un Alfano che sprofonda nell’irrilevanza

Sabato 31 Gennaio 2015 – 18:43 di
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Renzi lo ha avvisato: “O voti con noi o ti licenzio”. E il leader Ncd ha detto “sì”. Un autogol pagato a caro prezzo: adesso i moderati contano ancora di meno e sono “esplosi” al primo, vero appuntamento politico.

 

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alfano, mattarella, ncd, quirinale, Politica

PALERMO – Un siciliano sale al Colle. Un altro scivola nell’ombra della irrilevanza politica.Angelino Alfano ha detto “signorsì”, rintanandosi nell’angolo di chi punta solo a sopravvivere. Il titolare del Viminale ha chinato il capo di fronte al diktat di Renzi: “O voti Matterella o ti licenzio”. Col risultato di una brusca retromarcia e della drammatica implosione del suo partito.

Eppure, doveva essere scheda bianca. Un atto di forza nei confronti del premier e del suo “metodo”: “I voti io li ho. Ma ricordatevi – avrebbe ammonito Renzi – che siete al governo con me”. Una frase che, secondo alcuni osservatori, sarebbe stata persino più incisiva, più diretta nei confronti di Alfano: “Come fai, da ministro degli Interni a non votare il nostro candidato?”. O voti con noi, o sei fuori dal governo. Una minaccia, secondo molti. Smentita dallo stesso Alfano. Ma non certamente dai suoi atti politici. Visto che, se minaccia non fu, l’effetto ottenuto è esattamente quello: Alfano è tornato sui suoi passi. Ha detto “sì” al suo presidente del consiglio. Dimostrando ancora una volta l’insussistenza di una linea politica. Di un’anima.

E l’errore in questo caso pare doppio. Alfano, da ministro degli Interni che ha rivestito anche il ruolo di vicepremier, non avrebbe avuto alcuna scelta: votare Sergio Mattarella. E magari buttare giù il boccone amaro, fingere di essere stato decisivo e stamparsi un sorriso convincente per dire: “Quel candidato è anche nostro. Abbiamo vinto noi”. Ancor di più per lui, che è anche l’unico siciliano al governo. E che, come Mattarella, riconosce nel proprio dna l’origine democristiana. E invece, le titubanze. L’annuncio iniziale di seguire la linea del resto dell’opposizione. Poi il ripensamento, la convocazione dei grandi elettori di Alleanza popolare. E infine, la decisione: “Votiamo Mattarella”.

Un’oscillazione, un’assenza di linea chiara, pagata a caro prezzo. Un prezzo prevedibile e sotto certi aspetti ormai inevitabile. Il partito centrista è imploso di fronte alle scelte “tergicristalli” del titolare del Viminale. “Non il nome, ma il metodo”, “Non convinti, ma al governo”, “Col Pd, ma anche col centrodestra”. La partita del Quirinale ha finito per lasciare Angelino Alfano, un po’ più solo, in quella terra di mezzo dell’irrilevanza.

Sono salvi, però, quantomeno, poltroncine e seggiolini. Uno dei pochi effetti concreti, quello appunto di mantenere qualche strapuntino di potere, derivanti dalla scelta di Alfano. Oltre, come detto, all’implosione del suo partito. Il capogruppo al Senato Maurizio Sacconi ha annunciato le sue dimissioni “irrevocabili e immediate”. La portavoce Babara Saltamartini parla del “suo” leader come “una delusione”, preannunciando anche lei la fuoriuscita dal partito. Ed ecco gli scontenti: in aula Nunzia De Girolamo, Gaetano Quagliariello e Fabrizio Cicchitto non applaudono il nuovo presidente. L’orgoglio ferito dei parlamentari. Che di fronte al diktat del premier si sarebbero aspettati, forse, una reazione più decisa. Se non quella di far cadere il governo, il tentativo di far la voce grossa. Di far capire a Renzi, che in questi giorni ha sostanzialmente ignorato i moderati, forte dei consensi che gli venivano già assicurati a sinistra, che “ci siamo anche noi”. Che anche Ncd ha una linea, un’anima.

E invece, ecco il voto a Mattarella che è, in fondo, la risultante di una politica incerta, confusa. Al governo ma solo per il bene del Paese. Con la sinistra, ma pensando al centrodestra. Non per il nome, ma per il metodo. Una posizione, quest’ultima, che avrebbe avuto senso solo se Ncd avesse reagito con uno “schiaffone” a quel metodo. E invece, ha detto signorsì. Che è come dire: da adesso in poi Renzi potrà usare quel “metodo” tutte le volta che vorrà. A meno che Alfano non voglia sentirsi dire: “Sei licenziato”.

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L’elezione del Presidente Mattarella: storia di un cammino

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Dietro le emozioni che ho provato con l’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica italiana c’è la storia di un cammino. Il cammino della Sicilia onesta, di una Sicilia che si è battuta contro la mafia e per la legalità, che per questo ha sofferto molto pagando col sangue un tributo altissimo.

La mafia ed il sistema di potere con essa colluso hanno provato a spegnere continuamente la speranza del cambiamento. Pensate un po’ alla storia del fratello di Sergio Mattarella, Piersanti, a quella di Pio La Torre, alla storia di Peppino Impastato, alle storie di tutti quegli uomini caduti sotto i colpi di Cosa nostra perché si battevano per un Sicilia dei diritti e delle opportunità per tutti. Così facendo la Sicilia del male ha mortificato il futuro di intere generazioni.

In quell’applauso liberatorio, scoppiato dentro l’Aula al momento del raggiungimento del quorum, si rendeva omaggio proprio a questo cammino. Istanti in cui ho provato una sensazione di grande gioia e commozione, per un risultato che consegna all’Italia una storia di cui andare fieri.
Finalmente non un sicilianismo colluso e becero di cui vergognarsi, ma il sicilianismo di una Regione che proietta l’interno Paese in Europa e nel mondo a testa alta.

Le sfide politiche che ci attendono sono tremende, ma sono anche sfide che possono forgiare in positivo il sentimento ed il carattere di un intero popolo:

– trasformare la crisi in una grande opportunità di crescita, per dare lavoro ai giovani e rilanciare il nostro sistema produttivo;

– riformare le istituzioni e la politica, combattendo la corruzione e le mafie;

– dare credibilità e autorevolezza al ruolo che l’Italia deve ricoprire in Europa e nel Mediterraneo.

Sergio Mattarella è la persona giusta. Il Presidente che può accompagnare il percorso di cambiamento di cui ha bisogno il Paese ed il passaggio, finalmente, dalla Seconda alla Terza Repubblica.

Insieme continueremo il nostro cammino.

Giuseppe Lumia

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Miracolo nelle Filippine, guarda la danza del sole

 

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Bronte, il consorzio Sol Calatino inizia a percepire i primi soldi per la gestione dei migranti. Erogati € 60.000,00 vedi delibera

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Milano, bufera giudiziaria sul Pd. D’Avolio e il buco da 47 milioni di euro a Rozzano

Milano, bufera giudiziaria sul Pd. D’Avolio e il buco da 47 milioni di euro a Rozzano

Milano, bufera giudiziaria sul Pd. D’Avolio e il buco da 47 milioni di euro a Rozzano

Giustizia & Impunità
Il consigliere regionale accusato di abuso d’ufficio quando era sindaco della cittadina dell’hinterland (40mila abitanti). Sotto inchiesta capogruppo democratico di Segrate. Nel mirino della procura conflitti d’interesse legati a una partecipata attualmente in liquidazione

Da giorni naviga sotto traccia, eppure l’inchiesta della procura di Milano sull’attuale consigliere regionale del Pd Massimo D’Avolio, eletto nel 2013 con oltre 7.000 preferenze, sta creando grande agitazione all’interno dei democratici milanesi che temono un nuovo caso Sesto per il quale è a giudizio l’ex presidente della Provncia Filippo Penati. Dal 20 gennaio 2015, D’Avolio risulta indagato per abuso d’ufficio in relazione a fatti che risalgono a quando era sindaco di Rozzano, comune dell’hinterland. Secondo l’accusa, coordinata dal dipartimento del procuratore aggiuntoAlfredo Robledo, D’Avolio attraverso alcune delibere, avrebbe autorizzato il pagamento della partecipata Ama ad alcune società della moglie. Con l’ex primo cittadino è indagato anche l’attuale capo gruppo Pd nel consiglio comunale di Segrate, l’ingegnereVito Ancora. Anche per lui l’accusa è abuso d’ufficio. Infine, risulta coinvolto un dirigente dell’ufficio tecnico del comune di Rozzano per un presunto danno erariale legato alla compravendita di un’area industriale. nei giorni scorsi il Fatto ha cercato di contattare l’ex sindaco del comune milanese per chiedere spiegazioni, senza però riuscire a parlarci.

Questi i fatti, fino ad oggi. Le carte dell’inchiesta però raccontano ben altro. Per capirlo bisogna partire dalla seconda partecipata del comune di Rozzano: la società Api, attualmente in liquidazione e che si tiene in pancia un buco da 47 milioni di euro. Un crack senza precedenti nato e costruito sotto l’ombrello politico del Partito democratico e sotto la gestione D’Avolio, sindaco del comune milanese dal 2004 al 2009 nelle file dei Ds e dal 2009 al 2013 con rigorosa casacca Democratica. Sul caso pesano diversi esposti di un ex consigliere comunale sui quali da oltre un anno si è incardinata un’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Luca Poniz e Letizia Mannella. L’indagine ha avuto una prima parzialissima discovery il 20 gennaio scorso.

In attesa degli sviluppi giudiziari, ciò che preoccupa ora sono i conti e il buco di Api: 47 milioni. Di questi ben 35 sono con le banche. Anzi con la banca. Visto che il principale istituto creditore nei confronti della municipalizzata risulta il Monte dei Paschi di Siena. Per comprendere l’intera vicenda bisogna tornare al 2004, quando la prima amministrazione D’Avolio vara il progetto delTeleriscaldamento inizialmente legato solo a un nuovo quartiere e in un secondo tempo allargato a tutta l’area di Rozzano. Titolare dell’operazione è Ama, altra società pubblica che riceve l’incarico dal comune di stendere un progetto sul teleriscaldamento. Due anni dopo, nel 2006, nasce Api srl, una vera società patrimoniale per quanto riguarda gli immobili pubblici. E’ lo strumento ideale per andare a batter cassa dalle banche. Arrivano così i 35 milioni da Monte dei Paschi. Nello stesso anno, poi, Ama crea la società Rete srl. Lo scopo di Rete è quello di costruttore e di venditore dei servizi. Opererà fino al 2010, quando l’amministrazione decide di inglobarla in Ama, trasferendo il know how in Api. Molte ombre, dunque. Tanto che nel blitz del 20 gennaio scorso la Guardia di finanza ha sequestrato ben 1.400 faldoni della società Ama.

Fin dall’inizio, il progetto del Teleriscaldamento solleva molti dubbi. A partire dallo stesso business plan. L’intero progetto, infatti, viene affidato allo studio dell’ingegnere Vito Ancora, pugliese classe ’66. Non uno qualsiasi, visto che Ancora, già nel 2006 risulta ricoprire l’incarico di responsabile tecnico sia in Ama che in Rete, esattamente le società cui il comune ha affidato l’opera del teleriscaldamento e che a loro volta appaltano la progettazione allo studio Ancora. Fino al 2013 Vito Ancora risultava ancora negli assetti societari di Ama, mentre il suo ruolo in Rete è terminato nel 2011 contestualmente alla chiusura della società poi inglobata in Ama. Insomma, un elementare conflitto d’interessi. Con lo studio Ancora che fattura oltre un milione di euro ad Api “in merito alla progettazione, direzione lavori (…) e lo sviluppo della rete del teleriscaldamento nel comune di Rozzano”. Questo si legge nella lettera che il 15 ottobre 2013 lo studio legale Ditto, per conto di Ancora, invia ad Api chiedendo il pagamento di fatture per1.342.487 euro. Dal 2010, l’ingegnere, laureato al Politecnico di Milano nel 1992, ricopre la carica capogruppo Pd nel consiglio comunale di Segrate.

E dopo il business plan, ecco i fornitori. Uno su tutti: la Sauter italia, controllante della Sauter energia e servizi Milano srl. Quest’ultima società, chiusa nel gennaio 2012 e inglobata in Sauter spa, nasce nel 2007. Tra i soci, nel 2013, compare Vito Ancora e la signora Laura Tesse, moglie dell’allora sindaco di Rozzano Massimo D’Avolio. In quel periodo la Sauter Italia fornisce ad Ama strumenti per i controlli elettronici del teleriscaldamento. “Il tutto – si legge nell’esposto depositato in Procura – senza che il sindaco abbia mai relazionato al consiglio comunale in merito alle scelte gestionali di merito”. La società Viessman, invece, ha fornito le caldaie. Nel 2010 sia Viessman sia Sauter comparivano nelle locandine che sponsorizzavano le iniziative del Partito democratico. Il teleriscaldamento, naturalmente, non è un progetto sbagliato alla base. Tutt’altro. Il problema nel caso di Rozzano, oltre agli incarichi societari sotto l’ombrello del Partito democratico, è stato un calcolo commerciale sbagliato. In sostanza durante i lavori si sono tirati i tubi della rete in luoghi e aree dove il teleriscaldamento non potrà mai essere allacciato. Uno dei motivi generali è stata la forte crisi immobiliare che ha bloccato le speculazioni delle cooperative locali.

Questo, assieme a un contratto con Aler di dubbia efficacia, ha sbilanciato il rapporto economico tra investimenti e ricavi. E così la semestrale di Api del luglio 2013 ha calcolato un rosso di 47.403.580 di euro. Di questi, oltre al dovuto a Monte dei Paschi, ci sono 2.720.539 di debiti tributari. Da qui la messa in liquidazione nel dicembre del 2013. Qualche settimana prima, il 4 dicembre 2013, l’assemblea dei soci andò deserta. Di fatto il sindaco non si presentò. In quella sede fu ribadito che “alla data odierna la situazione finanziaria non presenta alcun miglioramento” e che “lo stato societario non ha più le condizioni operative per la sua continuità aziendale”. Tre giorni dopo, il 7 novembre, il presidente del Collegio dei revisori comunicò al sindaco le dimissioni in massa del Consiglio di amministrazione di Api.

Alla vicenda giudiziaria, infine, si affianca la polemica interna al Pd, tutta legata a Vito Ancora. Nel novembre scorso, infatti, David Gentili, consigliere comunale del Pd, nonché presidente della commissione antimafia di palazzo Marino, scrive una mail al segretario metropolitano del Pd. “Ti scrivo a nome anche dell’area tematica legalità per sollecitare una tua riflessione sulla possibile candidatura di Ancora a sindaco di Segrate. In particolare ti pongo alcune domande in merito a notizie a me giunte su un possibile conflitto d’interessi che lo avrebbe visto coinvolto. Intrecci, che se fossero confermati renderebbero inopportuno e rischioso candidare proprio Vito Ancora a sindaco di Segrate”. Risultato: Ancora farà un passo indietro.

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Paternò: appello di un padre ai ladri. “Accertatevi che non ci sia mio figlio la prossima volta”

DISPERAZIONE

Avviso ai ladri di un tabaccaio: attenti alla presenza di bambini all'interno

Una denuncia disperata quella fatta dal padre di un bambino di 8 anni. Il piccolo, dopo aver assistito ad una delle tante rapine, la notte non riesce a dormire perchè terrorizzato. L’appello- disperato- del padre è rivolto proprio ai “signori” ladri

Il cartello è esposto davanti ad un tabacchi di Paternò. Il titolare dell’esercizio commerciale, un lavoratore come qualsiasi altro, subisce da tempo le “visite” dei ladri. Ma in una delle ultime, era presenta suo figlio di soli 8 anni che impaurito non riesce più a prendere sonno la notte.

Così recita il cartello: «Ai signori ladri che spesso vengono a trovarci, preghiamo loro di accertarsi, prima della prossima visita, dell’ eventuale presenza di bambini all’ interno della tabaccheria, in quanto in una delle vostre ultime visite con me si trovava mio figlio di anni 8 che da allora si sveglia tutte le notti piangendo perché ha paura dei ladri!!! Sicuro di una vostra comprensione vi ringrazio anticipatamente».

Avviso ai ladri di un tabaccaio: attenti alla presenza di bambini all'interno

Un bambino terrorizzato e un padre, un commerciante, che deve chiedere ai signori ladri di evitare di rapinare il suo esercizio alla presenza del figlio. Un fatto che fa riflettere.

Fin dove dobbiamo spingerci?

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‘Ndrangheta, maxi operazione: 117 arresti. C’è anche consigliere Forza Italia

IlFattoQuotidiano.it / Emilia Romagna

‘Ndrangheta, maxi operazione: 117 arresti. C’è anche consigliere Forza Italia

Emilia Romagna
A coordinare la prima grande inchiesta nella regione, denominata “Aemilia”, è la procura distrettuale antimafia di Bologna. Altri 46 provvedimenti sono stati emessi dalle procure di Catanzaro e Brescia. In manette anche il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani. Al centro dell’indagine i rapporti e le infiltrazioni della cosca dei Grande Aracri. Procuratore nazionale antimafia Roberti: “Intervento storico contro mafia al nord”

Scacco alla ‘ndrangheta in Emilia Romagna. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna ha disposto 117 arresti nell’ambito dell’inchiesta “Aemilia” che ha colpito il clan Grande Aracri e i suoi contatti con la politica e l’imprenditoria. Si tratta della prima maxi operazione contro la criminalità organizzata nella regione del nord. Un intervento “storico” – come lo definisce il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – paragonabile alle inchieste in Lombardia (Crimine-Infinito), Piemonte (Minotauro) e Liguria (Maglio). Altri 46 provvedimenti sono stati emessi dalle procure di Catanzaro e Brescia – in inchieste collegate – per un totale di oltre 160 arresti. In manette anche il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani (Forza Italia), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L’operazione, oltre all’Emilia, ha interessato la Lombardia, il Piemonte, il Veneto, la Calabria e la Sicilia. Migliaia i carabinieri impiegati, appartenenti ai Comandi Provinciali di Modena, Parma, Piacenza e Reggio Emilia.

video di David MarcedduRoberti: “Intervento storico contro la mafia al nord”
“Un intervento che non esito a definire storico, senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord”. Così viene definita dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti l’operazione “Aemilia”. “Non ricordo a memoria un intervento di questo tipo per il contrasto a un’organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata”. Ma Roberti ha anche sottolineato la “modernità di questa organizzazione che cura i rapporti con l’informazione e con il tessuto sociale. E’ una visione politica del radicamento”.

Associazione mafiosa, usura ed estorsione: ecco i reati contestati
Le misure cautelari sono state richieste dal sostituto procuratoreMarco Mescolini e firmate dal gip Alberto Ziroldi. Le 117 persone (7 sono irreperibili) raggiunte dalle misure di custodia cautelare sono accusate, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso (54), estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti ed altro. Tutti reati commessi con l’aggravante di aver favorito l’attività dell’associazione mafiosa. Gli indagati sono oltre 200, tra cui il sindaco di Mantova Nicola Sodano di Forza Italia, originario del Crotonese, che si dice “serenissimo”.

Il clan Grande Aracri e i rapporti con gli imprenditori
Al centro dell’inchiesta, il clan Grande Aracri, storico “locale” originario di Cutro (Catanzaro), da anni radicato nella provincia di Reggio Emilia, con infiltrazioni in molteplici settori economici ed imprenditoriali, soprattutto nel business dell’edilizia. Tra le persone coinvolte ci sono infatti anche i fratelli del boss già detenuto dal 2013 Nicolino Grande Aracri, Domenico ed Ernesto. Domenico Grande Aracri, avvocato penalista, è stato arrestato nell’ambito delle misure emesse dall’antimafia bolognese. Mentre Ernesto Grande Aracri è uno dei destinatari dei 37 provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Catanzaro. Il gip nel suo provvedimento ha scritto che “la criminalità organizzata ha assunto forme in Emilia Romagna che richiedono una particolare interpretazione”, suoi tratti caratteristici: “Assenza di locali” e natura “prettamente imprenditoriale“.

Tra gli arrestati anche il padre del calciatore Vincenzo Iaquinta
Gli interessi dei Grande Aracri si estendevano in modo capillare non solo in Emilia Romagna, ma anche in Lombardia e Veneto, sotto il diretto controllo di Nicolino Grande Aracri che dal carcere muoveva le fila della cosca. In manette anche diversi imprenditori calabresi, alcuni già noti alle forze dell’ordine, tra cui Nicolino Sarcone, considerato da indagini precedenti il reggente della cosca su Reggio Emilia. Sarcone, già condannato in primo grado per associazione mafiosa, è stato recentemente destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale che gli aveva bloccato beni per 5 milioni di euro. In manette anche un altro imprenditore, Giuseppe Iaquinta, padre del calciatore Vincenzo campione del mondo, arrestato nel reggiano e Augusto Bianchiniche ha partecipato agli appalti per la ricostruzione post terremoto in Emilia residente nel Modenese. Ma la sua azienda non è l’unica ad aver partecipato alla ricostruzione. Molte ditte riconducibili a presunti ‘ndranghetisti “sono state molto attive anche nell’accaparrarsi i lavori per il recupero dei rifiuti, la gestione delle macerie e la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto” del 2012. E’ quanto spiega il procuratore capo della Procura di Bologna Roberto Alfonso, a margine della conferenza stampa. “Le ‘white list’ sono state molto utili – precisa Alfonso – in particolare le informazioni interdittive e i rigetti dell’inserimento nelle ‘white list’ stesse, ci hanno fatto capire come si muovevano le aziende di cui erano titolari gli affiliati all’associazione criminale”. E alcuni imprenditori indagati, come avvenne a L’Aquila, ridevano al telefono per il terremoto.

I legami con l’informazione e la politica
Ma non ci sono solo i rapporti con gli imprenditori. I boss – secondo gli inquirenti – avevano ottimi legami anche con giornalisti e politici. Agli arresti è finito il giornalista reggiano Marco Gibertini, già in manette nei mesi scorsi per una maxi inchiesta Octopus su mafie e false fatturazioni. Il giornalista è stato raggiunto dalla misura di custodia cautelare per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il procuratore Alfonso, Gibertini “metteva a disposizione del sodalizio i suoi rapporti con i politici con l’imprenditoria e con il mondo della stampa”, con interviste in tv e su un quotidiano. Poi ci sono i politici. Oltre a Giuseppe Pagliani, il concorso esterno è contestato anche al politico di Parma Giovanni Paolo Bernini.

Pressioni a una giornalista per non pubblicare notizie
Ma se Gibertini – secondo le indagini – si metteva a disposizione della cosca, c’erano altri giornalisti vittime di pressioni. E’ il caso della cronista dell’Ansa, Sabrina Pignedoli, corrispondente da Reggio Emilia e giornalista del Resto del Carlino “invitata” a non pubblicare alcune notizie. “Il tentativo di compressione della libertà di stampa è stato respinto e io credo che la vostra collega per questo meriti un plauso” ha spiegato il procuratore Alfonso.

I legami del clan tra Emilia e Calabria
Sul versante calabrese emergono dalle indagini alcuni dettagli sul potere e l’influenza del “locale” di Cutro, feudo dei Grande Aracri. Secondo il procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo, Nicolino Grande Aracri aveva intenzione di costituire una grande provincia di ‘ndrangheta in autonomia a quella reggina. Questo secondo il magistrato – evidenzia l’importanza che Cutro aveva ormai assunto nella geopolitica delle cosche di tutto il distretto giudiziario di Catanzaro – che comprende anche le province di Crotone, Cosenza e Vibo Valentia – e poteva inoltre contare sui contatti anche con le cosche del Reggino. “Grande Aracri – ha detto Lombardo – si atteggia a capo di una struttura al di sopra dei singoli locali. E’ sostanzialmente il punto di riferimento anche delle cosche calabresi saldamente insediate in Emilia Romagna dove c’era una cellula dotata di autonomia operativa nei reati fine. I collegamenti tra Emilia Romagna e Calabria erano comunque continui e costanti e non si faceva niente senza che Grande Aracri lo sapesse e desse il consenso”. Legami, quelli tra la terra d’origine e il nord, che rappresentano la linfa vitale per i clan lontani dalla Calabria, così come è emerso già in tutte le inchieste antimafia in Lombardia. Ma secondo il magistrato la cosca era riuscita a ottenere entrature anche in Cassazione e nella Chiesa.

video di Lucio MusolinoTentativi della malavita di influenzare il voto
Dall’indagine emergono anche riscontri di attività di supporto e tentativi di influenzare le elezioni amministrative in vari comuni emiliani da parte degli affiliati al gruppo criminale. Lo ha spiegato il procuratore Alfonso, citando i casi di Parma nel 2002, Salsomaggiore nel 2005, Sala Baganza nel 2011, Brescello nel 2009.

La cena nel 2012 tra Pagliani e gli imprenditori calabresi
Il magistrato ha anche aggiunto che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio fu ascoltato “come persona informata sui fatti” nelle indagini della Dda di Bologna. Delrio, ex sindaco di Reggio Emilia, fu sentito nel 2012. “Volevamo capire in che tipo di considerazione la società di Reggio Emilia teneva la comunità calabrese” ha detto Alfonso. Delrio venne ascoltato assieme all’allora presidente della Provincia Sonia Masini e al consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi (nessuno dei tre è coinvolto nelle indagini). Sotto la lente dell’antimafia di Bologna era finita una cena del 21 marzo 2012 tra alcuni politici reggiani – fra cui l’allora capogruppo in Provincia del Pdl Giuseppe Pagliani, oggi arrestato, e il consigliere comunale Rocco Gualtieri– e personaggi ritenuti vicini alla criminalità organizzata. Pagliani spiegò di essere stato invitato alla cena da alcuni imprenditori calabresi per discutere della crisi e delle difficoltà nel settore dell’edilizia e dei trasporti. Tra i presenti Alfonso Diletto, i fratelli Nicolino, Gianluigi e Giuseppe Sarcone Grande ritenuti vicini al clan Grande Aracri, Gianni Floro Vito, Michele Colacino: tutte persone considerate vicine al clan ‘ndranghetista. Ma gli inquirenti, nel 2012, avrebbero chiesto chiarimenti a Delrio, Masini e Filippi anche sulla processione del Cristo a Cutro datata 2009, quando scesero in Calabria l’ex sindaco Antonella Spaggiari, lo stesso Delrio e Fabio Filippi: la terna dei candidati sindaci che proprio quell’anno dovevano sfidarsi alle elezioni comunali.

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Il boschetto della Plaia e l’appalto aggiudicato alla ditta appena costituita

BANDI ANOMALI

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Il boschetto della Plaia e l’appalto aggiudicato alla ditta appena costituita

Per l’assessore D’Agata l’apertura al pubblico del boschetto sarà la priorità dell’Amministrazione post S.Agata. Nessuno parla però del bando che ha affidato il boschetto ad una ditta privata per realizzare, con soldi pubblici, un parco avventura

Chiuso da novembre, successivamente alla tromba d’aria che si è abbattuta sulla città danneggiando diversi alberi, il boschetto della Plaja, unico vero parco cittadino è ancora fermo con le quattro frecce.

Oggi un incontro, durante il quale l’assessore D’Agata ha affermato che la riapertura del boschetto diventerà priorità assoluta dell’Amministrazione.

Pare passare in secondo piano la gara d’appalto indetta dal Comune di Catania il 4 aprile 2013: messo a bando “l’affidamento per la realizzazione e gestione di un Parco Avventura all’interno del Boschetto della Plaja”.

La gara è stata espletata in data 14 gennaio 2014 e l’unica ditta partecipante si è vista aggiudicare la gara il 22 gennaio in via provvisoria e il 17 aprile in via definitiva.

La ditta è la 5 NODI S.N.C., ditta ad oggi inattiva e creata con il modesto capitale sociale di 1.000 euro.

Nessuna esperienza precedente nel campo della gestione di parchi e strutture ricettive, nessuno storico da valutare. Perché?
Come dalla visura che vi alleghiamo, la 5 NODI S.N.C. è stata registrata alla camera di commercio il 24 ottobre 2013, cioè 11 giorni prima della scadenza del bando.

visura 5 nodi

Riepilogando: una ditta di nuova costituzione, con un capitale irrisorio e senza uno storico da poter valutare, vince una gara d’appalto che praticamente privatizza l’unico parco urbano della città di Catania.

Ma non finisce qui.

dettaglio determina boschetto plaja
Da bando, la ditta si impegna a corrispondere all’Amministrazione Comunale un canone di locazione annuo di 33.300 euro per 12 anni.
Cioè 2.775 euro mensili. Ricordiamo – giusto per avere un metro di paragone, qual’ora fosse necessario per qualcuno – che il Comune, per il famoso immobile incriminato di via Manzoni paga 6.666 euro al mese.

Questa cifra, tra l’altro non sarà corrisposta direttamente della ditta appaltatrice al Comune. Nella determinazione di aggiudicazione della gara d’appalto si legge, infatti, che:

“tali somme saranno corrisposte dall’appaltatore al Comune di Catania sotto forma di servizi e forniture per l’ordinaria fruizione e gestione del parco Boschetto della Plaia”.

E c’è dell’altro. Leggiamo ancora nella determinazione:

“per l’attività di realizzazione dei percorsi del parco avventura, come descritti all’art.5 del c.s.a. e risultanti dalla proposta progettuale presentata in fase di gara, a collaudo avvenuto, sarà corrisposta all’Appaltatore, la cifra omnicomprensiva di € 60.000,00 I.V.A. compresa”.

Niente affitto e sovvenzione per la realizzazione dei percorsi. Qualcosa non torna.

Aggiudicazione definitiva alla 5 NODI S.N.C

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