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GIOVANE ERITREO TROVATO MORTO NEL CARA DI MINEO

ITALIA

IMMIGRAZIONE

Un ventunenne eritreo trovato impiccato nel centro per richiedenti asilo di Mineo in Sicilia. La Procura apre un fascicolo, ma l’ipotesi ritenuta più plausibile è il suicidio

14 dicembre 2013Aveva legata al collo una tenda arrotolata, quando è stato trovato morto in un alloggio del Cara a Mineo (Catania). Era un richiedente asilo di origini eritree di appena 21 anni, arrivato in Italia a maggio.
Il centro ospita più di 4 mila immigrati. La Procura di Caltagirone ha aperto un fascicolo, ma l’ipotesi più accreditata è quella del suicidio.

MIGRANTI

Cara di Mineo, giovane eritreo suicida

Impiccato a 21 anni nel centro del Catanese.

I cancelli del Cara di Mineo (Catania).I cancelli del Cara di Mineo (Catania).

Un ragazzo eritreo di 21 anni è stato trovato morto impiccato in uno degli alloggi del Cara di Mineo, in provincia di Catania. Il giovane, richiedente asilo, aveva legato al collo una tenda arrotolata, probabilmente tolta dagli infissi dell’appartamento.
La procura di Caltagirone ha aperto un fascicolo, anche se l’ipotesi più accreditata è quella del suicidio. Nel Cara di Mineo al momento sono ospitati circa 4 mila migranti, in attesa di asilo.
LA DENUNCIA DI SEL. «Speravamo di non dover mai assistere a un episodio del genere. Ora non è il momento delle polemiche», si legge in una nota di Sinistra ecologia libertà, che ha reso nota la notizia della morte del giovane, «ma è chiaro che non possiamo non dirci coinvolti nell’ennesimo dramma dovuto al colossale fallimento del nostro modello di accoglienza».
Sel ha espresso «profondo cordoglio per quanto avvenuto» e «pretendiamo adeguata inchiesta sui fatti ribadendo la nostra convinzione che il Cara di Mineo vada chiuso al più presto».

Sabato, 14 Dicembre 2013

AL CARA DI MINEO UN GIOVANE ERITREO MUORE IMPICCATO. LA POLIZIA INDAGA SUL CASO

cara_mineoAl Cara di Mineo un giovane eritreo muore impiccato. La polizia indaga sul caso – Un giovane eritreo è stato trovato morto nell’appartamento dov’era ospitato al Cara di Mineo. Aveva 21 anni ed era sbarcato in Sicilia lo scorso 5 maggio. Si chiamava Mulue e veniva da Keren in Eritrea. Scappava da un regime militare tra i più duri e sanguinari del mondo. Ha affrontato il Sahara, la Libia. Si è imbarcato rischiando la morte nel Mediterraneo. È sopravvissuto a tutto questo. Ma non all’Italia. Non ha trovato ad attenderlo la morte nel deserto o nel mare, ma nel villaggio della solidarietà. Non sono ancora stati chiariti i dettagli del decesso. Il  giovane è stato rinvenuto impiccato con una tenda. Sulla tragedia la Procura di Caltagirone ha aperto un’inchiesta. Al momento non si hanno notizie sulle motivazioni che hanno indotto il giovane a togliersi la vita e non sembra siano state ritrovate lettere dalle quali rilevare le motivazioni del gesto estremo.  Mentre la Polizia indaga sul caso si cerca di ricostruire il profilo socio – psicologico del giovane anche se non sembra che fosse seguito dall’equipe di supporto interna che cura i casi più problematici. Al momento le voci che tendevano a collegare il suicidio del giovane eritreo ad un presunto scontro con uomini delle forze dell’ordine sono state categoricamente smentite. Questo non è l’unico caso di suicidio. All’interno del Cara la situazione diventa sempre più complessaSono oltre 4000 mila gli immigrati in attesa dello status di rifugiato politico.

Sulla questione interviene Francesco Alparone, coordinatore Federazione provinciale Sel Catania  “Speravamo di non dover mai assistere ad un episodio del genere. Ora non è il momento delle polemiche, ma è chiaro che non possiamo non dirci coinvolti nell’ennesimo dramma dovuto al colossale fallimento del nostro modello di accoglienza. Pretendiamo adeguata inchiesta sui fatti ribadendo la nostra convinzione che il Cara di Mineo vada chiuso al più presto”.

Intanto i carabinieri di Mineo hanno arrestato un somalo di 18 anni ospite del Cara per evasione dagli arresti domiciliari. Il giovane era stato fermato il 12 dicembre scorso per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. L’uomo era stato fermato dopo che, vicino al Centro per richiedenti asilo, aveva bloccato il traffico automobilistico mettendo sulla carreggiata pali della segnaletica stradale da lui stesso divelti. All’arrivo dei carabinieri il somalo aveva lanciato contro di loro alcune bottiglie di vetro, senza colpirli ed era stato immobilizzato dopo una breve colluttazione per essere quindi sottoposto agli arresti domiciliari nello stesso Cara in attesa di giudizio. Ma l’uomo ha continuato ad allontanarsi dalla struttura d’accoglienza come se nulla fosse. Colto in flagranza dai Carabinieri di Mineo, è stato tradotto al carcere di Caltagirone.

PROFUGO ERITREO SUICIDA A MINEO: DENUNCIA DI DON ZERAI

– 17 DICEMBRE 2013PUBBLICATO IN: ALTRIMONDI

Profugo eritreo suicidaUn giovane profugo eritreo è stato trovato morto in una palazzina del centro richiedenti asilo di Mineo, nel Catanese. Si è ucciso: penzolava da un laccio stretto attorno al collo, una corda di fortuna, ricavata da una striscia di stoffa strappata a una tenda. Si chiamava Mulue Ghirmay, veniva da Keren, era arrivato in Italia otto mesi fa e il suo sogno era quello di raggiungere le sorelle, in Svizzera o in Norvegia. Non è la prima vittima di quel centro. Già in passato ci sono stati dei morti e diversi tentativi di suicidio. Senza contare le continue proteste e le frequenti rivolte contro le lungaggini della commissione territoriale incaricata di esaminare le domande di protezione internazionale e contro le condizioni invivibili all’interno della struttura. Che, concepita per 1.200 posti, ospita attualmente tra i 4 e i 5 mila profughi e – accusano in molti – ormai non ha nulla del centro di accoglienza: è più simile a un lager, anche se coperto dal nome ipocrita di “Villaggio della Solidarietà”. Appena informato, don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia Habeshia, che da anni denuncia la tragedia dei rifugiati e dei migranti, ha scritto questo commento-appello rivolto alle istituzioni, alla stampa, all’opinione pubblica.

di don Mussie Zerai

Aveva 21 anni ed era sbarcato in Sicilia lo scorso 5 aprile. Si chiamava Mulue Ghirmay, veniva da Keren, in Eritrea. Scappava da un regime militare tra i più duri e sanguinari del mondo. Ha affrontato il Sahara, la Libia. Si è imbarcato rischiando la morte nel Mediterraneo. È sopravvissuto a tutto questo. Ma non all’Italia. Non ha trovato ad attenderlo la morte nel deserto o nel mare: l’ha trovata nelle ex case per i militari della base americana diventate oggi il Cara di Mineo, un lager più che un centro assistenza per i richiedenti asilo, isolati da tutto e da tutti, lontani dalla città. Perché, evidentemente, devono essere e restare “ invisibili”: nascosti alla vista e, dunque, all’attenzione e a qualsiasi intervento di aiuto concreto. Quasi neanche esistessero. Eppure lo chiamano villaggio della solidarietà.

Non sono ancora stati chiariti i dettagli del decesso. Il  giovane è stato rinvenuto impiccato con una tenda. Sulla tragedia la Procura di Caltagirone ha aperto un’inchiesta. Le uniche notizie certe sul suo conto per ora sono quelle fornite dalle sorelle, che vivono nel Nord Europa. Quanto alle motivazioni che hanno indotto il giovane a togliersi la vita, si sospetta che sia stato determinante il fatto di aver dovuto “registrare” le sue impronte digitali: che si sentisse, insomma, “schedato” e ormai nell’impossibilità di raggiungere i familiari che lo hanno preceduto nella fuga dall’Eritrea. E’ un sospetto che chiama pesantemente in causa l’Italia, la quale si è assunta le responsabilità del suo caso di “richiedente asilo politico”, ma poi lo ha costretto a restare a Mineo per 8 mesi, in condizioni di vita indegne e privo di una prospettive per il futuro. Praticamente abbandonato a se stesso, Mulue vedeva solo buio nella sua domani, perché per i profughi come lui il “sistema Italia”, dopo mesi, a volte più di un anno di isolamento, ti dà un pezzo di carta chiamato permesso di soggiorno, ti accompagna alla stazione caricandoti su un treno, senza un euro in tasca, e poi ti dice: ‘Vai dove vuoi’. Così la “pratica” è chiusa ma, di fatto, sei stato destinato ad essere un barbone consegnato alla strada. Ecco, con ogni probabilità, che cosa tormentava questo ragazzo. A rubargli il futuro è stata l’Italia. Quel futuro che lui sperava di vivere con le sorelle nel Nord Europa. Avrebbe potuto scegliere tra la Svizzera e la Norvegia, i due paesi europei dove è emigrata la sua famiglia e invece ha chiuso tragicamente la sua vita a Mineo, dopo aver atteso per ben 8 mesi di essere chiamato dalla commissione territoriale incaricata di esaminare la sua richiesta di asilo, per di più col timore di ottenere, come unico risultato, quello di essere abbandonato alla stazione di Catania.

Profughi in un centro di detenzione libico

Ecco cosa ha ucciso Mulue: l’assoluta incertezza del futuro e i tempi di attesa così lunghi, trascorsi in un luogo affollato da più di 4 mila persone provenienti da 54 nazioni diverse, in un clima quotidiano di tensione altissima e ogni giorno in lotta per sopravvivere, guardato a vista da militari come un criminale. Questo raccontava alle sue sorelle: la vita invivibile nel centro, le condizioni umilianti, l’attesa logorante per un risultato finale che si profilava deludente. E questo probabilmente lo ha sconfitto: dopo aver superato pericoli enormi, dal momento della fuga dalla dittatura fino alla traversata nel Mediterraneo, guidato da un grande sogno di libertà, diritti e dignità, si è ritrovato prigioniero di un sistema assurdo che ha spento, ucciso quel suo sogno. Senza quel sogno Mulue non se la sentiva di vivere, così ha scelto di ribellarsi con l’unica arma che gli era rimasta: la sua stessa vita. Di ribellarsi e porre sotto accusa chi voleva decidere al posto suo, chi lo voleva gettare in uno dei tanti palazzi fatiscenti dove vivono migliaia di profughi eritrei come lui, “condannati” dal sistema politico italiano e da accordi europei come il “Dublino III” a diventare invisibili, ricattabili, “non persone” senza diritti, forza lavoro da sfruttare. La scelta dolorosa di Mulue è una fuga da questa sistema indegno che costringe migliaia di profughi a vivere in condizione disumane nella “civile Italia”, non nel terzo mondo: in Italia, stato membro dell’Unione Europea e del G7 eppure incapace di dotarsi di una legge organica sul diritto di asilo, di un sistema nazionale capace di garantire un’accoglienza dignitosa, attraverso progetti di inclusione sociale, economica e culturale dei profughi, accolti sulla carta, ma poi abbandonati a se stessi.

So già che la magistratura chiuderà il caso di Mulue come un suicidio dalle motivazioni non chiare. Ma io resto convinto che il motivo vero sia fin troppo chiaro: questo ragazzo è vittima di un sistema di accoglienza incapace di rispettare la dignità della persona e di offrire un futuro che non sia quello di essere gettati per strada, come un rifiuto; e, insieme, è vittima degli accordi europei che gli ha impedito di andare a vivere dalle sue sorelle, dove poteva essere supportato e accompagnato da loro per ricominciare a vivere, dopo le traversie della fuga e dell’esilio.

La morte di questo ragazzo di 21 anni spero almeno che faccia riflettere i “potenti” che hanno il potere decisionale, dal governo fino a chi ha responsabilità di gestione dei centri come quello di Mineo: spero che comprendano finalmente che hanno a che fare con degli esseri umani, che si tratta di persone e non di numeri, che dentro ogni “fascicolo” c’è un uomo o una donna, venuti a cercare protezione, libertà, diritti e dignità e non certo per essere sfruttati o trasformati in mendicanti condannati a dipendere dalle mense di enti “benefattori”. Bisogna cambiare, umanizzare questi centri di accoglienza. Se la capienza è di 1.200 è inconcepibile ammassarvi un numero addirittura tre volte superiore di ospiti. Già questo sovraffollamento rende di per sé la vita un inferno. I servizi predisposti per 1.200 non possono rispondere alle esigenze di 4 mila: è ovvio che ne nascano tensioni e disagi. L’unica cosa positiva fatta dalla legge Bossi-Fini è quella di aver introdotto le 7 commissioni territoriali per le richieste di asilo, ma pare che oggi ne siano operative soltanto 4, oltre alla vecchia commissione centrale di Roma. Secondo gli impegni, questi organismi avrebbero dovuto rispondere alle domande in tempi accettabili, senza costringere il richiedente alla tortura di tempi di attesa lunghi e logoranti sul piano psicologico, famigliare e sociale. Si registra, invece, una media di 14 mesi di attesa, dall’arrivo fino alla risposta finale. E questa attesa, già di per sé difficile, si fa insopportabile in strutture sovraffollate, come quella di Mineo, per persone che hanno già dovuto superare tanti pericoli per arrivare in Italia, dove speravano di trovare amicizia e solidarietà e si sono ritrovati invece quasi in un lager.

Profughi in un centro di detenzione libico

C’è da chiedersi come mai l’Italia non sia in grado di rispettare i diritti e la dignità di queste persone. La risposta forse va ricercata nel fatto che sia i legislatori che molti “professionisti della solidarietà” finora non hanno avuto la mentalità e la volontà di progettare un sistema di accoglienza partendo dal bisogno dei rifugiati. Si è tenuto conto dei bisogni della politica e di quelli delle organizzazioni di assistenza. Il rifugiato è l’ultimo pensiero: anziché essere al centro del problema, si deve adattare al quello che viene offerto. Non mancano i fondi: quello che manca è una coscienza retta, che veda nel rifugiato una persona con diritti e doveri e alla quale si deve rispetto. Viene da pensare al comandamento: “Non fare quello che a te non vuoi che venga fatto, ma fai e spera quello che tu vuoi che gli altri facciano a te o per te”.

L’Italia il prossimo anno è attesa da un importante turno di presidenza all’Unione Europea. Può, deve essere una grande occasione per chiedere la rinegoziazione dell’accordo Dublino III, perché non si può costringere un uomo o una donna a chiedere asilo in un paese dove non vogliono vivere. Come accade nel caso dell’Italia, dove sono sempre di meno i profughi che desiderano restare, perché non vi trovano le condizioni per una accoglienza dignitosa, con un futuro di lavoro, una casa, gli strumenti per rifarsi una vita. Proprio per questo non ha senso che l’Italia continui a prendere le impronte digitali e a “schedare” i profughi che bussano alla sua porta: è una pratica che serve soltanto ad ingrossare la fila dei poveri nelle mense e la massa di disperati nelle città.

 

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