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Archivi del mese: Febbraio 2013

L’addio del Papa

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Berlusconi indagato, De Gregorio svela: “Presi 3 milioni per sabotare il governo Prodi”

  • L’ex premier sotto inchiesta a Napoli per corruzione e finanziamento illecito, in relazione a un caso di “compravendita” di parlamentari. Nei verbali il senatore spiega come fu convinto dal leader Pdl a passare dall’Idv alla Casa delle libertà: “Al Senato eravamo 156 a 158”. Sequestrata una cassetta di sicurezza. Il Cavaliere convocato in Procura il 5 marzo
di DARIO DEL PORTO e CONCHITA SANNINO

Lo leggo dopo

Berlusconi indagato, De Gregorio svela:   "Presi 3 milioni per sabotare il governo Prodi"

Un patto da tre milioni di euro. Questo era il prezzo del “sabotaggio” messo a segno contro il governo Prodi. Così racconta l’accordo scellerato il senatore (uscente) Sergio De Gregorio, negli interrogatori resi, da indagato, dinanzi ai pubblici ministeri di Napoli.

Così ricostruisce i versamenti ricevuti, “in tranche da 200mila e 300mila euro” da Silvio Berlusconi. Intermediario del patto e “postino” dei contanti era Valter Lavitola. Il patto aveva anche un nome. “Era la nostra Operazione Libertà”. La Procura ha depositato in mattinata, attraverso il nucleo di polizia tributaria della Finanza di Napoli, alla Camera dei Deputati la richiesta di sequestro di una cassetta di sicurezza intestata a Silvio Berlusconi. Inoltrato al leader del Pdl anche l’invito a comparire dinanzi ai magistrati, martedì prossimo. 5 marzo.

Silvio Berlusconi è indagato dalla Procura di Napoli. L’ipotesi di reato è corruzione e finanziamento illecito, relativa a una vicenda di compravendita di senatori nel 2006, all’inizio della legislatura. In particolare ci si riferisce alla erogazione di somme di denaro, quantificate in tre milioni di euro, al senatore Sergio De Gregorio in relazione al suo passaggio dall’Idv al Pdl.

L’inchiesta è condotta da un pool di magistrati di due sezioni della Procura del capoluogo campano, quella sui reati contro la pubblica amministrazione e la Direzione distrettuale antimafia, con il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Napoli del

colonnello Nicola Altiero. Indagano i pm Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, titolari dell’inchiesta che nello scorso anno portò al coinvolgimento del senatore De Gregorio, nonché i pm della Dda Francesco Curcio, Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio. In mattinata sono stati notificati avvisi agli indagati.

La confessione di De Gregorio. “L’accordo si consumò nel 2006…il mio incontro a palazzo Grazioli con Berlusconi servì a sancire che la mia previsione di cassa…era di 3 milioni e che immediatamente partirono le erogazioni”. E’ quanto ha raccontato ai pm di Napoli il senatore De Gregorio. “Ho ricevuto 2 milioni in contanti da Lavitola a tranche da 200/300mila euro”.La confessione di De Gregorio è contenuta in tre interrogatori fatti con i magistrati di Napoli il 28 e 29 dicembre scorsi e il 7 gennaio di quest’anno e riportati nella richiesta di autorizzazione inviata dalla procura alla Camera.”Per rispetto che devo alle vostre persone e alla mia scelta collaborativa – mette a verbale il senatore rivolgendosi ai pm Curcio e Milita – confermo tutto quanto detto precedentemente ma ho necessità di apportare chiarimenti…”, a partire “dalla vicenda relativa al mio ruolo al servizio del presidente Berlusconi…avendo io partecipato a quella cosiddetta operazione libertà che era indirizzata a ribaltare il governo Prodi, nella quale e per la quale io ricevetti dei finanziamenti, parte in contanti, che avrebbero dovuto supportare la forza del mio movimento politico per darmi la possibilità di essere anche forte nelle scelte che avrei fatto”. De Gregorio, dopo aver ricordato che i rapporti numerici tra maggioranza e opposizione al Senato erano di 158 a 156, aggiunge che “ciò faceva ovviamente immaginare la possibilità di ribaltare gli elementi numerici e ricordo bene che già dopo il voto che mi vide eletto presidente della Commissione Difesa, discussi a palazzo Grazioli con Berlusconi di una strategia di sabotaggio, della quale mi intesto tutta la responsabilità…”.

Le reazioni, Lupi: “Uso politico della giustizia”. “Finite le elezioni, visto che gli elettori italiani hanno ancora una volta  ribadito la loro fiducia al presidente Berlusconi, bocciato il partito dei magistrati, sconfitto quello dei tecnici e fermato la gioiosa macchina da guerra della sinistra, riprende l’uso politico della giustizia da parte di alcune procure. La notizia di Berlusconi indagato dalla Procura di Napoli e di Reggio Calabria, a due giorni dal risultato elettorale, in un paese normale avrebbe veramente dell’incredibile e susciterebbe indignazione. In Italia rischia di diventare purtroppo un’abitudine”. Così Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera dei deputati.”Solito copione. Una vecchia storia, già archiviata alla autorità giudiziaria di Roma e ora riesumata da una Procura di Napoli territorialmente incompetente. Un fatto del 2006, privo di apprezzabilità penale, in ragione della sentenza della Corte Costituzionale sulla vicenda Petroli e, comunque, ribadendone l’inapprezzabilità penale, prescritto. Certo, se la notizia fosse uscita una settimana fa, avremmo vinto le elezioni”. Così il coordinatore regionale del Pdl Campania, Francesco Nitto Palma, commenta la notizia di Silvio Berlusconi indagato dalla Procura di Napoli. “In piazza in difesa della giustizia e dei principi democratici alla base di una società civile. Saremo in tanti al fianco di Silvio Berlusconi per dire basta a un uso politico della giustizia, ad inchieste ad orologeria ed al protagonismo di alcune procure. Sia che si tratti di fatti penalmente irrilevanti o addirittura di accuse del tutto grottesche come quelle di voto di scambio per aver comunicato un punto del programma elettorale, le notizie su Silvio Berlusconi rimbalzano sulla stampa con una eco clamorosa. Ed il tutto mentre il paese sta vivendo una delicata fase istituzionale. Il sospetto che qualcuno voglia intorbidire le acque e destabilizzare ulteriormente il quadro politico è forte. Non possiamo permettere che ciò accada. La sovranità popolare e la democrazia vanno rispettate sopra ogni cosa. Scendere in piazza per ribadire il nostro sdegno è una necessità”. Lo dichiara il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri.

Ghedini: “La procura di Napoli è incompetente”. “Ancora una volta si ha la riprova di quanta attenzione ci sia da parte della magistratura verso il presidente Berlusconi.Nel caso di Napoli, è un fatto del 2006, ricordiamo che in quella data De Gregorio passò dal centrosinistra al centrodestra”. Lo ha detto il legale del Cavaliere, Niccolò Ghedini, intervistato telefonicamente dal Tg5. “La Procura di Napoli – ha aggiunto – è incompetente territorialmente”.

L’Associazione nazionale dei magistrati difende i pm. “Respingiamo con fermezza le accuse, periodicamente reiterate, di uso politico della giustizia”. Così il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli replica alla polemica del Pdl sulla nuova indagine della procura di Napoli a carico di Silvio Berlusconi.”Ad ascoltare certe dichiarazioni – afferma Sabelli – non si comprende quali siano i giorni giusti per poter fare indagini e processi: prima delle elezioni no, dopo le elezioni no, ci dicano loro quando”.

(28 febbraio 2013)

 

 

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Trombati eccellenti: elenco completo

mercoledì 27 febbraio 2013

Dal “Betulla” Farina a Maurizio Paniz, da Gianfranco Fini ad Antonio Di Pietro, alcune cattive notizie si perdono in molte buone nuove, volti di personaggi che non entreranno più in Parlamento. Ecco a voi l’elenco dei trombati eccellenti:

– Italo Bocchino

– Gabriella Carlucci

– Antonio Ingroia

– Antonio Di Pietro

– Mario Sechi

– Emma Bonino

– Guido Crosetto

– Renato Farina

– Maurizio Paniz

– Oscar Giannino

– Annalisa Minetti

– L’ex mister Ulivieri

– Gianfranco Fini

– Giulia Bongiorno

– Roberto Fiore

– Fabio Granata

– Manuela Di Centa

– Osvaldo Napoli

– Franco Marini

– Amedeo Laboccetta

– Lorenzo Cesa (ripescato)

– Ilaria Cucchi

– Rocco Buttiglione (ripescato)

– Anna Paola Concia

– Angelo Bonelli

– Giorgio Gori

– Paolo Ferrero

– Oliviero Diliberto

– Sandro Ruotolo

– Giovanni Favia

– Marco Pannella

– Raffaele Lombardo

– Gianfranco Micciché

– Luigi Alfonso Marra

– Magdi Cristiano Allam

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Scandalo 118, i nomi dei politici condannati

Home › Scandalo 118, i nomi dei politici condannati

SENTENZA D’APPELLO DELLA CORTE DEI CONTI

Giovedì 28 Febbraio 2013 – 10:57

Dall’ex presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, agli ex assessori e componenti della commissione Sanità all’Ars: ecco tutti i nomi dei politici condannati.

PALERMO – Questi i politici condannati dalla Corte dei Conti a risarcire 12 milioni e mezzo di euro per le assunzioni al servizio 118 tra il 2205 e il 2006. Si tratta dell’ex presidente della Regione, Salvatore Cuffaro (729.877,88 euro), e degli ex assessori Innocenzo Leontini (598.612,38), Carmelo Lo Monte (598.612,38), Antonio D’Aquino (729.877,88), Francesco Scoma (729.877,88), Francesco Cascio (729.877,88), Fabio Granata (598.612,38), Michele Cimino (598.612,38), Mario Parlavecchio (729.877,88) e Giovanni Pistorio (729.877,88). Condannati anche i componenti dell’allora commissione Sanità dell’Ars, tutti dovranno risarcire 729.877,88 euro: Santi Formica, Nino Dina, Giuseppe Basile, David Costa, Giuseppe Arcidiacono, Giancarlo Confalone, Angelo Stefano Moschetto.

Ultima modifica: 28 Febbraio ore 12:36

Home › Cronaca › Scandalo 118, “Assunzioni clientelari e immotivate” L’atto d’accusa della Corte dei Conti

LA SENTENZA

Scandalo 118, “Assunzioni clientelari e immotivate”
L’atto d’accusa della Corte dei Conti

Giovedì 28 Febbraio 2013 – 14:14 di 

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I giudici hanno considerato legittimo l’incremento delle ambulanze. Ma hanno censurato l’assunzione di 512 autisti-soccorritori. “Non c’era alcuna necessità”. Per quattro ex assessori, una pena inferiore di 130 mila euro: quel giorno erano assenti in giunta.

PALERMO – “Logiche clientelari e pressioni lobbystiche”. Sarebbero stati questi i motivi alla base delle assunzioni di 512 autisti-soccorritori delle ambulanze del 118 che avrebbero portato a un danno all’erario di oltre 12 milioni di euro. E alla condanna di 17 politici, tra ex componenti della giunta Cuffaro ed ex membri della commissione Sanità all’Ars.

La Sezione giurisdizionale d’Appello della Corte dei Conti ha così accolto in parte il ricorso della Procura, che aveva contestato ai politici un danno di oltre 37 milioni di euro, per la scelta “inutile e irragionevole” di ampliare il parco ambulanze del 118 e di assumere, contestualmente, nuovi dipendenti. In primo grado, infatti, le accuse della Procura erano state respinte. E i politici “assolti”. Ma l’appello, come detto, ha cambiato le carte in tavola. I magistrati contabili, infatti, hanno confermato la legittimità della scelta degli amministratori di allora di ampliare il numero delle ambulanze. Ma hanno fortemente censurato il ricorso a 512 nuovi autisti-soccorritori. Una decisione giunta senza alcun motivo. Senza, cioè, la presenza di fatti o dati oggettivi che comprovassero la necessità di quelle assunzioni.

Per questo motivo, la richiesta complessiva di risarcimento, rispetto a quella della Procura, è scesa a circa 12 milioni di euro. Una somma da suddivedere “pro-capite” tra i politici. E in particolare tra gli ex componenti della giunta Totò Cuffaro, Innocenzo Leontini, Carmelo Lo Monte, Antonio D’Aquino, Francesco Scoma, Francesco Cascio, Fabio Granata, Michele Cimino, Mario Parlavecchio, Giovanni Pistorio e i componenti dell’allora commissione Sanità dell’Ars: Santi Formica, Nino Dina, Giuseppe Basile, David Costa, Giuseppe Arcidiacono, Giancarlo Confalone, Angelo Stefano Moschetto.

A dire il vero la quota “pro capite” scende di circa 130 mila euro (da 730 a 599 mila) per Leontini, Lo Monte, Granata e Cimino. Il motivo? I quattro politici erano assenti in occasione di una delle giunte di governo in cui si è deliberata una seconda tranche di assunzioni. Mai assenza in giunta fu più “propizia”.

La Sezione d’Appello, però, come detto, ha respinto in parte la richiesta della Procura che parlava di inutile ampliamento del parco ambulanze (cresciute tra il 2005 e il 2006 di 99 unità). “Non può assolutamente dubitarsi – scrivono i giudici – che il parco ambulanze operativo in Sicilia sino al 2005 nell’ambito del “S.U.E.S. 118” fosse notevolmente sottodimensionato e, quindi, obiettivamente inadeguato a soddisfare le crescenti esigenze della popolazione dell’Isola”. E per confermare questa idea, i magistrati fanno riferimento ancha una relazione del Ministero della Salute, secondo cui il rapporto tra ambulanze e popolazione, in Sicilia, era tra il più basso d’Italia. Pertanto, l’incremento delle vetture viene considerato dalla Corte “rispondente ad effettive ed ineludibili esigenze della collettività”. Esigenze confermate, del resto, dagli assessori alla Salute che si sono succeduti.

Quello che non torna, invece, è la scelta di aumentare da 10 a 12 il numero degli autisti-soccorritori addetti per 24 ore a ciascuna delle 256 ambulanze. Quello che non torna, insomma, è l’assunzione dei nuovi dipendenti, da scegliere tra quanti hanno ottenuto la certificazione da un corso di Formazione del Ciapi, ente ormai privo dell’accredimento e finito sotto inchiesta, o tra gli interinali di Seus. Insomma, quell’incremento del personale, scrivono i giudici, deve considerarsi “privo di qualsiasi concreta giustificazione giuridicamente apprezzabile, e quindi foriero di danno erariale. Tale implementazione del personale addetto alle postazioni del “S.U.E.S. 118”, per un totale di 512 nuove unità di autisti-soccorritori, – si legge nella sentenza – risulta, infatti, essere stata autorizzata senza che, all’epoca, fosse mai stata obiettivamente riscontrata né segnalata da alcuno una qualsiasi plausibile esigenza organizzativa e/o funzionale del Servizio”. E i magistrati rincarano la dose: “Non v’era alcun elemento oggettivo che potesse far ritenere inadeguata tale cospicua dotazione di personale né, d’altro canto, risultava che si fossero mai verificati disservizi od anche soltanto transitorie difficoltà operative”.

Fatti da cui non possono essere ritenuti “esenti da colpe” nemmeno gli allora componenti della Commissione parlamentare, che avevano rivendicato il diritto, sancito dall’articolo 6 dello Statuto dell’insindacabilità dei voti e delle opinioni espresse dai deputati nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i giudici, infatti, l’attività della Commissione, è andata oltre la “’funzione di controllo e di direzione (lato sensu) politica’, rientranti nell’alveo dell’insindacabilità”, visto che, attraverso la presentazione e l’approvazione di specifici emendamenti, la commissione “ha preso parte al procedimento amministrativo finalizzato alla definizione delle modalità di gestione di un servizio pubblico”. Così, ecco le condanne anche per i deputati. Dodici milioni “pro quota”. Tranne per i quattro che, “bucando” una giunta, hanno risparmiato oltre centomila euro.

Ultima modifica: 28 Febbraio ore 14:41
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