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Archivi del mese: Novembre 2012

Consiglio Comunale del 19/11/2012

 

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Consiglio Comunale del 31/10/2012

 

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Iniziamo bene

Il figlio di Zichichi e le società con Mercadante
Ecco i documenti sulla nuova grana per Crocetta

Giovedì 29 Novembre 2012 – 18:40 di 

Una delle aziende finite al centro dell’inchiesta della procura di Palermo sui musei ha partecipato a tre gare con la casa editrice “Il cigno”, un’azienda controllata al 47% da Lorenzo Zichichi. Musumeci all’attacco: “L’assessore è in conflitto di interessi”

antonino zichichi, gaetano mercadante, lorenzo zichichi, Nello Musumeci, Cronaca, Politica

PALERMO – Il figlio dell’assessore ai Beni culturali e la società accusata di aver sottratto soldi alla Regione proprio dai musei. C’è anche Lorenzo Zichichi fra i soci della Novamusa, la società finita al centro dell’inchiesta palermitana sui servizi nei musei. L’affondo pubblicato dall’ex candidato alla presidenza della Regione Nello Musumeci – che sui social network parla di “evidente ed intollerabile conflitto di interessi” – trova riscontro in una sentenza del Tar della Puglia: la Novamusa spa, una delle società che fanno capo a Gaetano Mercadante, si è aggiudicata la gara per i “servizi aggiuntivi” nei musei pugliesi per 5 milioni e 220 mila euro e si è dovuta difendere dal ricorso, poi rigettato, di due società concorrenti. A quella gara, però, la Novamusa non ha partecipato da sola: a farle compagnia nell’associazione d’imprese erano la Scala Group, la D’Uva Workshop, la “Giuseppe Leopizzi 1750” e “Il Cigno Galileo editoriale di arte e scienza”.
È proprio quest’ultima la società da tenere d’occhio. Stando ai dati della Camera di commercio di Roma estratti oggi, infatti, a controllare il 47,4% della casa editrice capitolina, molto affermata nel mondo delle pubblicazioni scientifiche, c’è proprio Lorenzo Zichichi, primogenito di Antonino Zichichi. Gli altri soci sono un altro Zichichi, Salvatore Fabrizio (detiene il 2,6%, acquistato proprio dal figlio dell’assessore regionale), Norberto Giorgio Kuri (49%) e Guido Gaeta (1%). Per la cronaca, il Tar pugliese (sentenza 1697/2012, presidente Corrado Allegretta, referendari Savio Picone e Paolo Amovilli) ha dato ragione a Mercadante, Zichichi e soci.
Fianco a fianco, del resto, Zichichi e Mercadante lo sono stati almeno in altre due occasioni.Novamusa e “Il Cigno”, infatti, si sono presentate insieme anche alla gara per la concessione dei servizi aggiuntivi per i musei di Ravenna, bandita dalla Regione Emilia Romagna, ottenendo l’appalto, e a quella per biglietteria, bookshop e caffetteria all’interno della Galleria di arte moderna di Palermo, questa volta rimanendo fuori. Nessuna di queste tre gare, però, è finita al centro dell’indagine della procura di Palermo. LiveSicilia ha cercato senza successo di contattare l’assessore Zichichi per una replica.

Ultima modifica: 29 Novembre ore 18:47
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C.U.T.G.A.N.A.: ASSUNZIONI ONOREVOLI

29/11/2012 –

Avevano ragione i nostri lettori a suggerirci di seguire con attenzione le attività del CUTGANA perché ci avrebbero riservato delle sorprese.

In data 06/09/2012 « sono approvati gli atti della selezione pubblica, per titoli e colloquio,  indetta  con D.D. n. 130 del 12 gennaio 2012,della  cui pubblicazione all’Albo  on-line dell’Ateneo è stato dato avviso  sulla G.U.R.I. 4′ serie speciale “Concorsi  ed Esami”  n. 7 del 27 gennaio 2012, per I’assunzione di una unità di personale  di categoria  D, posizione  economica Dl, area tecnica,  tecnico-scientifica ed elaborazione dati, con rapporto  di lavoro subordinato a tempo  determinato  ed orario di lavoro a tempo pieno,  presso il CUTGANA  (Centro Universitario  per la Tutela e la Gestione  degli Ambienti Naturali  e degli Agro-ecosistemi) dell’Università degli Studi di Catania».

La “fortunata” vincitrice però non è una persona qualsiasi. Si chiama Anna Abramo, classe 1963, direttore della Riserva Naturale orientata “Isolabella” di Taormina.  Nonostante una sentenza del Marzo scorso, con la quale il Tar di Catania accettava il ricorso della Provincia Regionale di Messina, in merito all’affidamento “poco chiaro” della gestione della Riserva al Cutgana, ad oggi è il centro interfacoltà che ancora se ne occupa. Tanto che, in data 05/10/12, di concerto con il CUTGANA, Ente gestore dell’area protetta, è stata organizzata una interessante iniziativa all’insegna dell’educazione ambientale. Lodevole manifestazione, ma il direttore della Riserva, ci chiediamo, che ci fa fra il personale tecnico (a tempo pieno, categoria DI) del CUTGANA?

Aggiungiamo, per completezza dell’informazione, che la signora Abramo Anna è la moglie di Dino Fiorenza,  deputato regionale e medico ortopedico al Policlinico di Catania.

Certo che è proprio piccolo il mondo!

di Al Marten

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Crocetta perde due assessori. Il buongiorno si vede dal mattino

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Sicilia, la giunta Crocetta perde due assessori. Valenti (Udc) è indagata

Deve rispondere di omissione d’atti di ufficio. Francesca Basilico D’Amelio, responsabile dell’Economia, non si sarebbe potuta allontanare da Roma per due mesi. E il bilancio deve essere approvato “nel più breve tempo possibile” spiega il neo governatore. Secondo la Corte dei conti il debito supererà i sei miliardi di euro entro la fine dell’anno

Sicilia, la giunta Crocetta perde due assessori. Valenti (Udc) è indagata

L’assessore all’Economia ha dato forfait poche ore dopo essere stato nominato. Quello agli Enti locali potrebbe invece essere messo alla porta a breve. Comincia nel segno delle defezioni l’avventura di Rosario Crocetta alla guida della Regione Sicilia. Il neo governatore aveva allestito una giunta fatta da tecnici: alcuni completamente esterni alla politica, come il cantautore Franco Battiato al Turismo e lo scienziato Antonino Zichichi ai Beni culturali, ed altri indicati invece dai partiti che lo sostengono, il Pd e l’Udc. Neanche il tempo di convocare la prima riunione del neo governo regionale, però, che l’ex sindaco di Gela ha dovuto incassare il primo no della sua nuova esperienza sullo scranno più alto di Palazzo d’Orleans. Francesca Basilico D’Amelio, nominata da Crocetta al vertice del delicatissimo assessorato all’Economia, ha infatti deciso di farsi da parte. Motivo? Per i prossimi due mesi non si sarebbe potuta allontanare da Roma, dove lavora da anni. “Non era possibile, purtroppo, attendere due mesi, considerata la necessità di approvare il bilancio nel più breve tempo possibile” ha spiegato il neo governatore, che ha subito nominato un sostituto: sarà Luca Bianchi, vicedirettore dello Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, a doversi occupare dei delicati conti della regione Sicilia, che secondo la Corte dei conti dovrebbero sfondare quota sei miliardi di euro di deficit entro la fine dell’anno.

Le grane per il neo governatore però non sono finite qui. Ha fatto discutere nelle ultime ore anche la posizione del neo assessore alla Funzione pubblica e agli enti locali Patrizia Valenti, che era stata indicata dall’Udc. Nel frattempo però è emerso il suo coinvolgimento in un’inchiesta della procura di Messina per fatti del 2009. Valenti, quand’era al vertice del consorzio siciliano autostrade, non avrebbe dato seguito per alcuni mesi ad un provvedimento del Tar che era invece immediatamente esecutivo: per questo è accusata di omissione d’atti d’ufficio. Il ruolo del neo assessore nell’inchiesta è considerato marginale rispetto agli altri indagati, ma a febbraio dovrà comunque presentarsi a giudizio. Una condizione che sarebbe stata taciuta al neo governatore. “Non sono stato assolutamente informato dall’assessore della sua condizione giudiziaria. Questo non mi sembra affatto leale, l’assessore ne tragga le necessarie conseguenze” ha replicato Crocetta.Così la nuova giunta regionale ha perso il secondo pezzo: dalle nomine di Crocetta non è passata neanche una settimana. ”Io sono stata chiamata da tecnico a svolgere un lavoro per il bene della Sicilia e preferisco non intromettermi in questioni dal sapore politico. Ringrazio l’Udc per la fiducia che mi ha accordato, ma non sono abituata a stare dentro i giochi politici. Sono un dirigente dell’amministrazione regionale e una servitrice leale dell’interesse pubblico e per questa ragione ho deciso di rimettere il mio mandato nella mani del presidente della Regione” ha fatto sapere con una nota Valenti. Che, in passato era stata vicina a Salvatore Cuffaro, l’ex governatore ora condannato in via definitiva a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Quando Cuffaro era presidente, infatti,  l’ex assessore agli Enti locali aveva guidato la sua segreteria tecnica.

L’ex governatore, ora detenuto a Rebibbia, era stato sostenuto anche un’altra donna che Crocetta ha oggi chiamato a far parte della sua giunta: si tratta di Ester Bonafede, sovrintendente dell’orchestra sinfonica siciliana e nuovo assessore al lavoro, che alle elezioni regionali del 2006 era stata candidata nell’Aquilone, la lista personale di Cuffaro che vinse le elezioni contro Rita Borsellino. Era stato candidato con Cuffaro anche Dario Cartabellotta, candidato alle regionali del 2001 con il Cdu e oggi nominato da Crocetta assessore all’Agricoltura. “L’Udc non è più quella dei tempi di Cuffaro” ha replicato a più riprese il neo governatore. Che però nelle ultime ore ha raccolto anche la benedizione di Silvio Cuffaro, fratello dell’ex presidente della Sicilia. “Mio fratello – ha dichiarato il minore dell’ex presidente al quotidiano on line livesicilia.it – sceglieva sempre gente capace per i posti importanti. Ha fatto crescere questa regione e anche la sua classe dirigente. E oggi Rosario Crocetta lo conferma con le sue scelte. Tra i due ci sono molte analogie. Crocetta incontra la gente per strada. Bacia tutti. E poi ha affidato la Sicilia alla Madonna”. Appena eletto, infatti, Crocetta ha affidato la Sicilia alla Madonna delle Lacrime di Siracusa. “Noi siciliani – ha spiegato il neo governatore – siamo un grande popolo e il fatto di affidare noi stessi ad una grande donna come Maria  è un atto semplice di devozione”. Lo stesso devotissimo gesto già compiuto da Cuffaro nel 2007.

Modificato da redazione web alle ore 12.16

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La vita e’ una ruota

Editoria e Potere, la “monarchia cianciana” è offesa. “Sgarbo” della magistratura, reazione dell’intellettualità che conta

28 novembre 2012, 18:06

monarchiaDalle colonne de “La Sicilia” stamane il prof. Pietro Barcellona difende il giornale del “Berlusconi di Sicilia”. In nome dell’antimafia. E la società civile, la varia umanità “rivoluzionaria” e simili che dice? I soliti silenzi?

di iena miscredente marco benanti

Tempi difficili per Mario Ciancio. Ieri, il padrone di Catania ha perso la causa civile contro Report. Non solo, a Palazzo di Giustizia l’inchiesta per concorso esterno all’associazione mafiosa non si chiude. Anzi. Dopo l’ordinanza del Gup Luigi Barone che ha disposto nuove indagini, il fascicolo è finito nelle mani del Procuratore Capo Giovanni Salvi. Insomma, roba forte, per una città abituata da sempre alla “giustizia dei poveracci” e degli “stracci”.

Addirittura, il gup Barone, fra l’altro, parla di “una linea editoriale imposta dal Ciancio Sanfilippo al giornale La Sicilia in favore di esponenti di spicco di Cosa Nostra”(riferiamo quanto scritto dal comitato di redazione). Il comitato di redazione de La Sicilia ha respinto con forza questa interpretazione. Parole che sono state pubblicate sul quotidiano e sono girate anche online su vari siti. E sono passate già alcune settimane.

Bene, stamattina 28 novembre, nel giornale che riporta anche la notizia della “sconfitta giudiziaria” in sede civile con Report (e la replica dell’editore che annuncia appello), il prof. Pietro Barcellona, intellettuale della sinistra catanese, con un “cursus honorum” di tutto rispetto in campo politico, giudiziario e universitario, scrive che quella espressione del gup Barone “…non può che produrre una reazione indignata in chi come me collabora come editorialista da moltissimi anni con il giornale su indicato.”

E cosa ricorda, tra l’altro, Barcellona in questa difesa del giornale, pardon dei giornalisti? “…Proprio La Sicilia pubblicò molti anni fa un’intervista a Pio La Torre, poco prima che venisse assassinato, nella quale si denunciavano le collusioni con i famosi cavalieri e i comitati d’affari che gestivano la mediazione tra politica e malaffare….dovrei essere proprio uscito di senno per non essermi reso conto in tutti questi anni di aver collaborato con un giornale con una linea editoriale di favoreggiamento ad esponenti delle cosche mafiose”. Continua il prof. Barcellona: “…non sono peraltro il solo a poter testimoniare che il giornale mi ha offerto uno spazio libero di intervento politico e di costume sulle connessioni malavitose. Mi permetto di ricordare un caro amico e collega come Giuseppe Giarrizzo che settimanalmente interviene con i suoi impietosi commenti politici sul malaffare e la corruzione. E si potrebbero fare naturalmente tanti altri nomi di illustri personaggi che sono assidui collaboratori del giornale”.

E arriviamo veramente al top. Sentite che scrive Barcellona, che evidentemente non ha vissuto a Catania negli ultimi decenni: “accusare una testata giornalistica, che di fatto costituisce il più importante strumento di informazione cittadina, di mafiosità è proprio un errore di grammatica che denota come ancora una volta l’accusa di mafiosità possa essere un generico strumento per discreditare tutte le posizioni che emergono in un dibattito civile come quello che è ospitato da La Sicilia…”. E ancora: “poiché la libertà di stampa e di parola sono uno strumento essenziale per mantenere in piedi alcuni capisaldi dello Stato di diritto, è necessario protestare contro questo genere di pressapochismo giudiziario, specie in un momento in cui tutto il giornalismo italiano è sotto tiro per ragioni non sempre chiare…”

Questo a pag 1 a firma Pietro Barcellona. A pag 29, c’è un intervento del prof. Giuseppe Giarrizzo, un altro “nome sacro” dell’Ateneo e dell’intellettualità catanese. Titolo: “la vera libertà di stampa necessita di regole interne”. All’interno vi è scritto: “mi associo alla asciutta dichiarazione dei redattori di questo giornale”. Insomma, tutti a difendere i giornalisti.

Ora, quel che scrive il Gup è certamente criticabile, ci mancherebbe. Ma questa reazione all’unisono, nello stesso giornale, fa riflettere. La “monarchia” si sente offesa? E il Consenso potrebbe mai restare silente? Ma due intellettuali, due storici di questo blasone la ricordano o no la storia di Catania, la storia dei silenzi, delle omissioni, delle menzogne, del ruolo politico del giornale di Ciancio? Va bene a Catania tutto passa, tutto viene “ingioiato” da una cittadinanza presa quasi esclusivamente dai cazzi propri. Poi Barcellona è di sinistra, quindi ci saranno i soliti imbarazzi, balbettìi. Ma certamente, qualche “rivoluzionario”, qualche familiare di vittima della mafia, qualche “giornalista indipendente” potrebbe dire qualcosa. La diranno? Chissà. E la società civile?

Noi da cronisti di periferia, vogliamo ricordare una pagina –ma è solo un esempio, se ne potrebbero fare tanti, ma tanti altri- di cosa è passato sulle cronache de “La Sicilia”. Lo facciamo così per pudore. Anche perché sappiamo che persino i peggiori regimi, i più falsi e menzogneri, non riescono quasi mai a coprire tutto. Resta sempre qualcosa.

Tratto da “La mafia comanda a Catania 1960/1991” (Claudio Fava, 1991), vi riportiamo un episodio emblematico, uno spaccato tutto catanese, c’è di tutto e di più. Siamo nell’estate del 1984: il punto di partenza è un pentito, Luciano Grasso che vuole parlare di Catania. E soprattutto del delitto Fava. Si trova in carcere, a Belluno….. Ecco quel che scrisse nel suo libro Claudio Fava, figlio del giornalista brutalmente ucciso:

“…Il 17 luglio il sostituto Giuseppe Torresi parte per il Veneto. E’ una missione riservata, ne sono a conoscenza solo altri due giudici, il procuratore aggiunto Di Natale ed il procuratore generale Di Cataldo. Occorre agire in fretta e con discrezione: Grasso non ha ancora messo a verbale le proprie dichiarazioni, potrebbe avere paura, rifiutarsi di parlare. La mattina dopo, quando Torresi entra nel carcere di Belluno, Luciano Grasso ha già ricevuto in omaggio una copia de ‘La Sicilia’ fresca di stampa. C’è la sua foto, quattro colonne di articolo e un titolo che non lascia dubbi: ‘Un detenuto pentito svelerà i nomi degli uccisori di Fava’. Un piccolo capolavoro, a firma di Asciolla.

Era già capitato, piuttosto di rado, che un giornale fornisse qualche indiscrezione sulla deposizione di un pentito: ma naturalmente dopo l’interrogatorio. Per la prima volta in Italia, invece, un giornale aveva anticipato le rivelazioni bruciando sul tempo perfino il magistrato che era stato incaricato di raccogliere quella deposizione. Ma Asciolla aveva fatto di più: si era procurato la foto di Luciano Grasso, aveva indicato il carcere in cui il pentito si trovava detenuto, aveva pubblicato persino l’indirizzo della sua famiglia. Delle due, l’una: un’imperdonabile scorrettezza giornalistica e una clamorosa violazione del segreto istruttorio; oppure un maldestro, plateale tentativo di intimidire quel testimone.

Né l’una né l’altra, concluderà il giudice Giuseppe Gennaro due anni più tardi, chiedendo l’archiviazione del procedimento a carico di Asciolla e del suo direttore Ciancio con una sentenza di ‘non luogo a procedere’. La violazione del segreto istruttorio, spiega il giudice nella sua richiesta, è stata commessa da chi ha passato l’informazione al giornalista. Il cronista de ‘La Sicilia’ non c’entra, lui s’è limitato a fare il suo mestiere, il suo piccolo scoop…”
Alla fine Grasso non fu creduto.

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Novamusa

L’INCHIESTA

Novamusa, l’indagine si allarga
Il Gip punta il dito contro dirigenti e assessori

Mercoledì 28 Novembre 2012 – 21:29 di 

Novamusa, l'indagine si allarga Il Gip punta il dito contro dirigenti e assessori

C’era la possibilità di evitare che il debito della Novamusa raggiungesse cifre milionarie. Qualcuno doveva controllare e non lo ha fatto. Il giudice attacca le “inadeguatezze e le lacune” della burocrazia regionale e chiama in causa l’ex assessore ai Beni culturali Antonello Antinoro. Il caso dei biglietti mai stampati.

 PALERMO – La voragine poteva essere arginata. C’era la possibilità di evitare che il debito della Novamusa crescesse fino a toccare cifre milionarie. Qualcuno doveva controllare e non lo ha fatto. E poi, le critiche sulle gare per l’affidamento, le “lacunose “concessioni e quei biglietti di ingresso per le visite nei siti archeologici mai stampati. L’indagine si sposta sugli uffici regionali. Inevitabile che l’attenzione si concentri sull’assessorato ai Beni Culturali e sugli atti amministrativi emanati tra il 2003 e il 2011.L’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari Mariana Petruzzella che ha mandato ai domiciliari Gaetano Mercadante è un atto d’accusa contro la pubblica amministrazione. Il Gip tira in ballo, e in maniera pesante, gli uffici regionali e l’ex assessore ai Beni culturali, Antonello Antinoro, chiamato dal governatore Raffaele Lombardo a ricoprire il posto in giunta nel luglio del 2008 e rimasto in carica poco meno di un anno.Il Gip scrive che “i rapporti concessione con Mercadante a dispetto delle sue continue appropriazioni del denaro dell’ente e l’incompletezza dei servizi, nonostante le perdite immani che da tutto ciò continuassero a derivare per la Regione, sono state mantenute in vita dal 2003 circa e ininterrottamente non risolte fino al 2011. E questo malgrado i termini di scadenza fossero fissati in quattro anni e nonostante il completamento nel 2008 delle procedure di decadenza”.

L’inchiesta si basa anche sulle dichiarazioni dell’ex dirigente dell’assessorato, Romeo Palma. È stato lui a puntare il dito contro Antinoro. L’arrivò del neo assessore, nel 2008, coincise con uno scontro fra i due. Scontro “acuitosi – scrive il Gip sulla base del racconto dell’allora dirigente – alla scadenza della concessioni relative a Mercadante, allorquando il predetto assessore intraprese con successo azioni dirette ad ostacolare le procedure di revoca. Queste situazioni determinarono, tra l’altro, il blocco delle procedure per dare il via ai bandi per le aggiudicazioni a nuovi concessionari”.

Al caso Novamusa hanno lavorato in contemporanea carabinieri e finanzieri. In un’informativa dei militari del nucleo investigativo acquisita dal Gip emergeva già il contesto ora descritto nella misura cautelare. “Dalla verifica degli atti risulta inoltre chiaro – scrivevano i militari – che gli organi preposti della Regione siciliana non avrebbero attuato i controlli necessari per contenere al minimo il debito accumulato dalle società concessionarie nei confronti della Regione, infatti le previsioni contrattuali circa i pagamenti delle somme provenienti dalle biglietterie erano abbastanza chiare”.

Una situazione su cui si concentra il Gip. Ne è venuto fuori un atto d’accusa che punta il dito contro le “inadeguatezze ed eclatanti lacune del contesto delle concessioni non precedute da alcuna analisi di fattibilità”. Critiche pesanti anche sulle procedure per la gara. I servizi sono stati affidati con licitazione privata. Un sistema che prevede di invitare solo alcune imprese che rispondono a precisi requisiti previsti dal bando. “La pubblicità del bando fu espletata – scrive la Petruzzella – solo sulla gazzetta della Regione a dispetto dei principi comunitari che per la scelta del concessionario impongono l’espletamento di procedure ad evidenza pubblica commisurate alla proporzionalità che aveva ad oggetto la consegna al concessionario di alcuni tra i più i straordinari siti archeologici e musei del mondo”.

Ed è in questo contesto di approssimazione amministrativa che il Gip richiama in causa Antinoro: “Sembrano spiccare i comportamenti dell’assessore Antinoro – si legge in un passaggio dell’ordinanza di custodia cautelare per Mercadante – il quale dunque nel 2008, allo scadere del termine delle concessioni alla Novamusa, non si limitò a non esercitare i poteri di contestazione e di revoca che competevano al suo pubblico ufficio ma pose in essere addirittura comportamenti positivi diretti ad impedire che le concessioni di Mercadante venissero revocate creando tra l’altro in tale maniera le condizioni che consentivano a quest’ultimo di continuare a mantenere la detenzione dei siti e di beneficiare pure oltre i termini di scadenza della concessione”.

Antinoro è stato assessore per meno di dodici mesi. L’arco temporale dell’inchiesta va dal 2003, anno della firma delle prime concessioni in favore di Novamusa, al 2011. Cosa è stato fatto in nove anni per evitare la voragine? Ecco perché l’inchiesta della Procura di Palermo rischia di allargarsi. Potrebbero esserci responsabilità dei dirigenti della Regione che rilasciarono le concessioni alla società di Mercadante.  L’elenco dei siti archeologici e museali affidati alla Novamusa è lungo. E comprende gioielli che tutto il mondo ci invidia: le aree archeologiche di Segesta e Selinunte, il museo Baglio Anselmi (Marsala), l’area archeologica di Selinunte, il Teatro antico di Taormina, il museo archeologico di Messina, la villa romana di S. Biagio (Terme Vigliatore), il museo archeologico Eoliano Bernabò Brea di Lipari, il museo Archeologico Ibleo di Ragusa, le cave di Ispica, il museo Paolo Orsi di Siracusa, l’Orecchio di Dionisio e il parco di Nepolis (sempre a Siracusa), l’area archeologica di Megera Hyblea di Augusta, il museo Piepoli di Trapani.

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LA REPLICA DI ANTINORO

“È passato tanto tempo,
provai a recuperare i crediti”

Mercoledì 28 Novembre 2012 – 21:25 di 

La replica dell’ex assessore e oggi eurodeputato. “Sono passati tanti anni, è impossibile ricostruire la vicenda senza guardare gli atti”.

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PALERMO – Antonello Antinoro, oggi eurodeputato, non vorrebbe sottrarsi alle domande solo che, dice, “sono passati quattro anni e non voglio avventurami in dichiarazione senza il supporto della memoria”. Aggiunge, però, che “l’assessore ha il compito di indirizzo politico dell’ufficio. L’amministrazione concreta era ed è nell’esclusiva competenza del dipartimento”.

Uno sforzo prova, comunque, a farlo: “Ricordo solo che sollecitammo. tramite l’ufficio di gabinetto, il recupero di questi crediti e portammo avanti le iniziative per i nuovi bandi”. Un scelta dettata dall’analisi della situazione: “Era evidente che in quella maniera non si poteva certo andare avanti”.

I ricordi si fermano qui. Antinoro che è stato assessore per poco meno di un anno, a cavallo fra il 2008 e il 2009, passa in rassegna i suoi mesi alla guida dei Beni culturali. Nel corso delle telefonata si rammarica pure per “le tante cose che avevo in mente di fare”. A bloccare le sue idee, ricorda, arrivò l’azzeramento della giunta deciso dal governatore Raffaele Lombardo.

Poi, torna sulle frasi del giudice per le indagini preliminari che lo tirano pesantemente in ballo: “Non posso commentare una vicenda di cui non ho ricordi nitidi. Dovrei documentarmi per potere rispondere”.

Ultima modifica: 28 Novembre ore 21:45

NOVAMUSA, L’ACCUSA È DI PECULATO

Ai domiciliari Mercadante
E’ l’uomo dei tesori archeologici

Mercoledì 28 Novembre 2012 – 09:46 di 

Ai domiciliari Gaetano Mercadante, 51 anni, è il rappresentante legale di Novamusa. Sotto i riflettori la gestione dei beni archeologici siciliani. L’accusa è di peculato.Nella foto il procuratore aggiunto Agueci.

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PALERMO- Una montagna di denaro mai consegnato alla Regione. Oltre 30 milioni degli incassi per le visite nei siti archeologici della Sicilia sarebbero rimasti nelle tasche del titolare della società incaricata di staccare i biglietti. Gaetano Mercadante, 51 anni, romano, è stato arrestato per peculato dagli agenti della Guardia di finanza. Si tratta del rappresentante legale delle imprese Novamusa Valdemone, Novamusa Val di Mazara e Novamusa Val di Noto. Facevano parte dell’Ati incaricata dall’assessorato ai Beni culturali nel 2003 di occuparsi degli incassi del parco antico di Taormina, delle aree archeologiche di Segesta e Selinunte, del museo Paolo Orsi e del parco di Neapolis a Siracusa. Di fatto la gestione si sarebbe trasformata in una voragine per le casse regionali e anche per quelle comunali dove sarebbe dovuta confluire parte degli incassi.

Da tempo era ormai in corso un contenzioso fra l’assessorato regionale Beni culturali e Novamusa, che si era vista tagliare la concessione. Nel frattempo è scattata l’inchiesta penale sfociata oggi nell’ordine di arresti domiciliaro firmato dal gip Marina Petruzzella e richiesto dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dal sostituto Amelia Luise. L’ordinanza è stata notificata all’imprenditore nella sua abitazione di Bracciano (Roma) dai finanzieri del nucleo di polizia di tributaria e del nucleo spesa pubblica di Palermo. Era stato nel 2008, il dirigente generale del diparimento Beni Culturali, Romeo Palma, a sentire puzza di bruciato e s bloccare la concessione a Novamusa

Sua base della convenzione stipulata e, secondo l’accusa, mai onorata per la gestione di biglietteria, bookshop e servizi di ristoro ai concessionari spetta il 10 per cento degli incassi. Tutto il resto deve essere trasferito alla Regione, il 70 per cento, e sl Comune sul cui territorio ricade il bene archeologico, il 30 per cento. Mercadante aveva sostenuto di avere già restituito 14 milioni mentre altri 19 li aveva trattenuti a titolo di compensazione per alcuni lavori da lui eseguiti di tasca propria. Nel frattempo ha già ricevuto l’invito a dedurre da parte della Procura regionale della Corte dei conti per il presunto danno erariale milionario. Proprio dai pm contabili e’ arrivato l’input per l’inchiesta penale.

Ultima modifica: 28 Novembre ore 22:47

NOVAMUSA

Franza, Ciancio e gli altri
I partner di Mercadante

Mercoledì 28 Novembre 2012 – 17:46 di 

Dall’ex presidente del Messina Calcio all’editore catanese: tanti i nomi noti dell’imprenditoria siciliana lambiti dall’inchiesta della Procura di Palermo.

, Cronaca

PALERMO – Un universo collegato con i “big” dell’imprenditoria siciliana. E al centro di tutto c’è Gaetano Mercadante. La Novamusa srl, una delle società finite nei faldoni dell’inchiesta della Procura di Palermo sulla gestione dei beni archeologici palermitani, è collegata, direttamente o indirettamente, con tutto il gotha dell’imprenditoria made in Sicily: da Pietro Franza a Mario Ciancio, i nomi noti lambiti dall’inchiesta sono quelli che contano.
Il più vicino alla Novamusa srl è Pietro Franza. Stando ai dati della Camera di commercio di Messina aggiornati a stamattina, infatti, la società – che ha anche una sede a Palermo – è stata a lungo uno dei tanti gioielli nella cassaforte della famiglia messinese. Fino al 9 febbraio 1996, infatti, l’ex presidente del Messina calcio era direttamente titolare di una quota del capitale sociale dell’azienda, poi rimasta comunque fra i beni di famiglia fino al 10 giugno 1999, quando la Framon Hotels srl, l’impresa che controlla gli interessi del Gruppo Franza nel settore alberghiero, cedette le proprie quote alla Gf consulting srl. Non è l’ultimo passaggio di proprietà: la Novamusa, infatti, oggi è controllata al 99 per cento dalla romana Thesauron spa e per il resto dalla Editrice Sicania srl di Rose, in provincia di Cosenza.
Associare il nome “Novamusa” al Gruppo Franza, del resto, è un automatismo inevitabile.Nonostante il collegamento non sia più negli atti, se nomini la società a chi si occupa di beni culturali la risposta è quasi sempre “l’azienda di Franza”. Un po’ di rassegna stampa può tornare utile: nel 2002, cioè tre anni dopo la cessione delle quote della Framon, fra i pretendenti per la concessione dei servizi di biglietteria e caffetteria nei musei siciliani la stampa siciliana, mai smentita su questo punto, segnalava diffusamente la Novamusa come un’azienda del gruppo Franza.

L’impresa, del resto, ha interessi variegati: ancora stando agli atti della Camera di commercio messinese, tramite la controllata “Vecchia Dogana Edutainment”, la Novamusa lavora anche alla Vecchia Dogana di Catania, di proprietà di un altro “big”, Ennio Virlinzi. Qui, però, il collegamento non è diretto: la “Edutainment” si è limitata solo a predisporre alcuni allestimenti all’interno della struttura etnea.
E così si arriva a Catania. Anche perché la Novamusa, alle gare per i musei, non si presenta da sola. L’8 agosto 2002 la stampa dà notizia dell’aggiudicazione dei servizi nei musei a Messina: aggiudicataria la Novamusa appunto, ma in associazione d’imprese, secondo la rassegna stampa dell’epoca, con la “Electa” di Napoli e la “Domenico Sanfilippo editore”. A saltare agli occhi è ovviamente quest’ultima azienda: la “Domenico Sanfilippo” è la cassaforte di Mario Ciancio Sanfilippo, editore de “La Sicilia” e imprenditore di riferimento in tutta la Sicilia orientale. Un riscontro arriva dalle sentenze del Tar Sicilia: il 20 giugno 2008, infatti, la sezione palermitana del tribunale amministrativo (sentenza 850/08, presidente Nicolò Monteleone, consigliere Calogero Ferlisi, referendario Aurora Lento) si pronuncia sul ricorso presentato da Novamusa spa, “in persona del presidente del consiglio di amministrazione e legale rappresentante in carica dott. Gaetano Mercadante”, contro la Regione proprio sull’affidamento dei servizi a Messina. La Novamusa, si legge nella sentenza, ha costituito con un rogito del 16 aprile 2003 un’associazione d’imprese con “Domenico Sanfilippo editore spa, Electa Napoli spa già srl, Framon Hotels Group spa, Lutea società cooperativa di lavoro a rl”. Il Tar, per la cronaca, dà torto alla Novamusa, che si opponeva alla richiesta della Regione di pagare “a pena di decadenza” circa 200 mila euro di canoni arretrati e altri oneri.
Non è l’unico capitolo della guerra fra la Novamusa e la Regione, ricordata appena qualche mese fa dal dossier “Salvailmuseo” di Legambiente. Appena tre giorni prima di quella sentenza, infatti, il Tar si era già pronunciato su un altro ricorso della Novamusa (sentenza 830/08, presidente, referendario e relatore sono uguali), ancora una volta rigettandolo: oggetto dello scontro, ancora una volta, la contestazione da parte dell’assessorato ai Beni culturali di “ripetute violazioni degli obblighi previsti dalla concessione dei servizi aggiuntivi da espletare nella zona di Messina”.
La guerra era destinata comunque a concludersi nel 2010. A pronunciarsi, il 14 giugno, è ancora una volta la sezione di Palermo del Tar (sentenza 7658/2010, presidente ancora Monteleone, referendari Roberto Valenti e Maria Barbara Cavallo), in questo caso sui servizi nei musei del Siracusano e del Ragusano. Ancora una volta il Tar dà torto alla Novamusa e ai suoi compagni di avventura. Chi? Sempre gli stessi: fra le altre, anche l’azienda di Ciancio e quella di Franza. I big più big dell’imprenditoria nella Sicilia orientale.

Ultima modifica: 28 Novembre ore 21:35
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Sicilia, l’imprenditore fa 19 milioni di euro di “cresta” ai biglietti dei musei

Gaetano Mercadante, fino al 2008 titolare della convenzione per i siti archeologici della Regione, è stato messo ai domiciliari questa mattina. Avrebbe sottratto 33 milioni di euro di biglietti alle casse pubbliche. Solo una parte, 14 milioni, è stata poi effettivamente versata

Sicilia, l’imprenditore fa 19 milioni di euro di “cresta” ai biglietti dei musei

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Trentatré milioni di euro, frutto dei biglietti pagati dai visitatori dei principali musei della Sicilia, volatilizzati nel nulla. Una cifra enorme che sarebbe stata sottratta da Gaetano Mercadante, imprenditore romano di 51 anni, finito stamattina agli arresti domiciliari per peculato. Mercadante è stato infatti arrestato dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza che ha eseguito l’ordinanza emessa firmata dal giudice per le indagini preliminari di Palermo Marina Petruzzella. L’imprenditore romano è il legale rappresentante della Novamusa Valdemone, della NovamusaVal di Mazara e della Novamusa Val di Noto. Le tre società facevano parte dell’associazione temporanea di imprese alla quale dal 2003 l’assessorato regionale ai Beni Culturali aveva affidato la gestione dei principali siti archeologici siciliani.

Dal Teatro Antico di Taormina, fino Museo Archeologico di Messina, dall’Area Archeologica dei Giardini Naxos all’Orecchio di Dionisio a Siracusa, dalla Cava di Ispica a Modica fino all’Area Archeologica di Segesta e a quella di Selinunte, tutti i principali musei dell’isola erano praticamente gestiti dalle società di Mercadante. L’uomo che per anni ha gestito i gioielli archeologici siciliani si occupava soprattutto della riscossione dei biglietti pagati dalle migliaia di turisti che ogni anno si recano a visitare i siti più suggestivi dell’isola. Una specie di miniera d’oro che negli anni si è però trasformata in un gigantesco buco per il bilancio della Regione Sicilia.

Tra l’assessorato ai beni culturali e le società di Mercadante era stata infatti stipulata una convenzione per la gestione dei servizi di ristoro e della biglietteria dei siti archeologici: del ricavato alle società concessionarie sarebbe spettato il dieci per cento, il resto era invece di pertinenza della Regione Sicilia (al 70%) e dei comuni in cui sorgono i siti archeologici (al 20%). Solo che sarebbe spettato alle società di Mercadante versare gran parte degli introiti agli enti. Che da tempo, invece, non vedevano un euro. E quando le società di Mercadante operavano i versamenti lo facevano con grande ritardo.

E’ per questo che nel 2008 Romeo Palma, il dirigente generale del diparimento Beni Culturali, aveva bloccato le concessioni alle società Mercadante. Nel frattempo la procura di Palermo aveva aperto un’indagine sul caso. Durante l’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dal sostituto Amelia Luise, erano stati acquisiti i profili bancari delle società di Mercadante. Gli inquirenti hanno così scoperto che dal 2004 al 2011 l’imprenditore non aveva versato a Regione e comuni profitti per ben trentatré milioni di euro, tutti o quasi provenienti dalla vendita di biglietti per accedere alle aree archeologiche. Quattordici milioni di euro sono effettivamente poi arrivati nelle casse degli enti, ma con notevole e inspiegabile ritardo. Mentre ammonterebbe a ben diciannove milioni di euro la cifra che sarebbe stata trattenuta nei conti delle società di Mercadante: un buco milionario che avrebbe causato un ammanco di quattordici milioni di euro nei bilanci della Regione, e di cinque milioni di euro nei bilanci dei comuni. Un vero e proprio tesoretto, tutto rimasto nelle tasche di Mercadante, l’ex bigliettaio d’oro dei musei siciliani, oggi accusato di aver fatto una cresta un po’ troppo sospetta per non dare nell’occhio.

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L’IMPRENDITORE AVREBBE DISTRATTO 19 MILIONI DI EURO

Inchiesta su Mercadante coinvolti politici e dirigenti

di Markez
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28 novembre 2012 – Si potrebbe allargare l’inchiesta della Procura di Palermo sull’imprenditore Gaetano Mercadante, agli arresti domiciliari da questa mattina per peculato. L’indagato, avvalendosi di tre associazioni d’impresa, Novamusa Valdemone, Novamusa Val di Noto e Novamusa Mazara, si sarebbe indebitamente appropriato di circa 19 milioni incassati con l’emissione di biglietti per l’ingresso nei siti archeologici siciliani.

Secondo gli inquirenti nella vicenda ci potrebbero essere responsabilità dei dirigenti della Regione che diedero le concessioni alle società di Mercadante incaricate di gestire alcuni servizi – tra i quali la vendita dei biglietti d’ingresso – di diversi siti dell’Isola.
L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dal sostituto Amelia Luise, è partita da un esposto alla Corte dei conti dell’ex dirigente dei Beni culturali della Regione, Romeo Palma, che nel 2008 denunciò i gravi ammanchi di denaro e il comportamento dell’allora assessore al ramo Antonello Antinoro che, appena insediato, chiese a Palma di sospendere il procedimento per la decadenza della concessione già avviato nei confronti delle società Novamusa e rinnovò l’appalto a Mercadante per ulteriori quattro anni.

 

Già nel 2008, secondo quanto scritto da Palma nell’esposto, i debiti delle società dell’imprenditore, nei confronti di Regione e Comuni, ammontavano a più di 12 milioni di euro. 

Questi ammanchi sono stati giustificati dal concessionario con il fatto che gli enti non avevano dato la disponibilità degli spazi per la realizzazione delle infrastrutture che dovevano servire a fornire i servizi aggiuntivi. In pratica, Mercadante aveva trattenuto i soldi che aveva speso per attivare i servizi.

Una spiegazione, quella dell’imprenditore, che non ha però convinto gli inquirenti che parlano di concessioni ‘lacunose’, di assenza di analisi di fattibilità e soprattutto denunciano che i controlli sui biglietti non venivano fatti perchè, come già aveva evidenziato Palma, non furono mai stampati dei ticket dalla Regione e tutto venne demandato all’obbligo di autodenuncia da parte del concessionario.

Per il gip Marina Petruzzella che ha firmato l’ordinanza ‘le degenerazioni delle condotte di appropriazioni di Mercadante poterono essere commesse col pretesto di una deresponsabilizzantenon chiarezza degli accordi stipulati e degli obblighi imposti nelle convenzioni con la Regione, quindi grazie anche a una predisposizione di un sistema caotico che prestava il fianco a simili situazioni’.

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Arrestato Mario De Felice Indagine sulla Celere Srl

IN MANETTE EX ASSESSORE

Mercoledì 28 Novembre 2012 – 09:25

E’ accusato di bancarotta fraudolenta per il fallimento della sua azienda: Corpo di vigilanza La Celere Srl. La moglie è agli arresti domiciliari. Secondo le ipotesi della magistratura, De Felice, a partire dal 2005, avrebbe trasferito “ingenti risorse dall’azienda ai prossimi congiunti”. TUTTI I PARTICOLARI.

nella foto l'assessore arrestato mario de felice

Mario De Felice, ex assessore Mpa alle Partecipate del Comune

CATANIA – L’ex assessore del Comune di Catania Mario De Felice (Mpa), è stato arrestato oggi dalla Guardia di Finanza. L’accusa per lui è bancarotta fraudolenta. Sua moglie è agli arresti domiciliari. 

Ufficiali del nucledo di POlizia tributaria della Guardia guidata dal colonnello Francesco Gazzani, hanno oggi eseguito un’ordinanza con cui il Gip del Tribunale, su richiesta della Procura della Repubblica, ha disposto l’applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti di Mario De Felice e gli arresti domiciliari nei confronti della moglie Giovanna  Genovese per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale connessi al fallimento del “Corpo di vigilanza La Celere s.r.l.”.

Il fallimento della “Celere s.r.l.” è stato dichiarato con sentenza del 20.11.2009 a fronte di uno stato di insolvenza di 11 milioni di euro.

E’ stato altresì eseguito il sequestro di quote di immobili di proprietà delle figlie dei coniugi De Felice e dell’azienda attualmente denominata “2858 s.r.l.” (già “Celere Techonology s.r.l.) la cui gestione è ora affidata ad un amministratore giudiziario.

A seguito della denuncia presentata dai componenti del collegio sindacale e da alcuni lavoratori dipendenti della società fallita – che hanno segnalato la “mala gestio” dell’amministrazione riconducibile a De Felice Mario – la Guardia di Finanza ha compiuto indagini dalle quali sarebbe emerso che l’imprenditore, a partire dal 2005,  ha costantemente trasferito ingenti risorse economiche e beni aziendali dal patrimonio dell’ente a quello dei prossimi congiunti.

Le indagini fanno ritenere innanzitutto che le condotte distrattive siano state pianificate e realizzate continuativamente per più di quattro anni, anche dopo il fallimento della società di vigilanza, e che l’imprenditore si sia avvalso di strumenti fraudolenti, continuando ad aggravare lo stato di dissesto, simulando di voler risarcire l’ingente debito tributario.

Dalle indagini bancarie è poi emerso che De Felice Mario ha utilizzato somme sottratte dalle casse della società per acquistare due immobili in S. Agata Li Battiati intestati a moglie e figlie.

La Celere s.r.l. risulta poi aver di fatto finanziato per oltre 2.500.000,00 euro l’acquisto da parte di altra società, sempre riferibile al De Felice, di una motonave per attività turistiche;finanziamento effettuato senza alcun beneficio o vantaggio per la Celere e con conseguente perdita patrimoniale.

Infine il De Felice risulta aver costituto una società, la 2858 s.r.l, inizialmente denominata Celere Technology, proprio al fine di sottrarre risorse ai creditori della “Celere s.r.l.” e di alimentare i profitti personali della famiglia De Felice.

Il sequestro e la misura restrittiva si sono resi necessari per impedire ulteriori condotte di distrazione, per recuperare le risorse che sono state sottratte a garanzia dei creditori, ma soprattutto per ristabilire modalità di gestione rispettose della legalità.

Infatti, l’ingente importo dei debiti maturati dalla società fallita indica che la Celere s.r.l. ha operato sul mercato alterando gravemente le regole della libera concorrenza, con ricadute in danno anche degli altri operatori economici del settore.

La 2858 s.r.l., ha acquisito, infatti, a costo zero le attrezzature e il pacchetto clienti della “Celere s.r.l.”, usufruendo dell’avviamento di una impresa già affermata (senza impegno di risorse proprie) e proponendo dunque sul mercato condizioni contrattuali particolarmente vantaggiose (specie per la qualificata offerta tecnologica), potenzialmente idonee ad emarginare la società che operano secondo criteri – legali – di economicità.

In una fase in cui la procedura fallimentare è ancora in corso e nessun bene è stato rinvenuto a garanzia dei creditori il sequestro è necessario per assicurare una gestione corretta delle risorse dell’impresa in bonis.

Ultima modifica: 28 Novembre ore 19:15
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IL PROFILO

Cavaliere del Lavoro
Ecco chi è Mario De Felice

Mercoledì 28 Novembre 2012 – 11:52

Ha avuto la delega a Traffico e Sicurezza durante la giunta Scapagnini. Ha lavorato anche all’autorità portuale ed al Maas

Catania, Mario De Felice, Catania, Cronaca

CATANIA – Il cavaliere del lavoro Mario De Felice, imprenditore del settore della sicurezza, arrestato per bancarotta fraudolenta da 11 milioni di euro de ‘la Celere’, era stato nominato assessore al Traffico e alla Sicurezza del Comune di Catania il 7 febbraio del 2006 dall’allora sindaco Umberto Scapagnini, medico di fiducia di Silvio Berlusconi e adesso parlamentare nazionale del Pdl. Il 20 luglio del 2007 ha lasciato l’incarico spiegando che “al Comune di Catania valgono le regole della politica e non quelle per fare fronte ai problemi della città e dei cittadini”. Il 10 ottobre del 2011 è stato condannato, assieme a componenti della giunta Scapagnini, a due anni e tre mesi di reclusione nel processo per il ‘buco’ da centinaia di milioni di euro al Comune di Catania. Precedentemente De Felice era stato per due mandati presidente del settore Sicurezza della Confindustria di Catania, del quale è stato anche componente della giunta provinciale. Nel 2001 era stato nominato vicepresidente della stessa associazione, carica che gli è stata riconfermata nel 2004. Nello stesso anno è stato componente della Giunta di Confindustria Sicilia e del comitato dell’ Autorità portuale di Catania. Dall’associazione industriale La Celere era stata espulsa, per contenziosi interni, e riammessa nell’ottobre del 2008. Dal 2002 ha fatto parte del consiglio di amministrazione della società Maas (Mercati Agroalimentari della Sicilia), del quale, nel 2005, è stato nominato vicepresidente su designazione del Governo regionale, cariche poi decadute

Ultima modifica: 28 Novembre ore 11:53
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DOPO IL FALLIMENTO DE LA CELERE

Allarme Cgil per “2858”
Leonardi: “30 posti a rischio”

Mercoledì 28 Novembre 2012 – 13:28 di 

Il sindacato teme episodi di sciallaggio: “De Felice ha sempre lavorato con i radioallarmi ma questi sistemi, ovviamente, non sono collegati ai lavoratori”.

2858, Salvo Leonardi, Cronaca

CATANIA – “Ci sono trenta lavoratori a rischio: sono gli impiegati che attualmente lavorano per De Felice nell’azienda 2858 e che prima lavoravano per lui a La Celere. Siamo molti preoccupati”. E’ l’allarme del sindacato dopo la notizia dell’arresto dell’imprenditore catanese Mario De Felice, arrestato dalla Guardia Di Finanza di Catania con l’accusa di bancarotta fraudolenta. “Questo avvenimento arriva come un fulmine a ciel sereno – spiega a LiveSicilia Catania il sindacalista Cgil Salvo Leonardi – anche se nei giorni scorsi siamo stati convocati dall’azienda per discutere le soluzioni per un momento di difficoltà aziendale dovuta alla mancanza di liquidità. Si tratta della “2858”, con sede a Misterbianco. Temiamo episodi di sciacallaggio perchè De Felice ha sempre lavorato con i radioallarmi ma questi sistemi, ovviamente, non sono collegati ai lavoratori”.

Ultima modifica: 28 Novembre ore 13:32
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Assurdo che strana coincidenza con i problemi che la citta’ sta vivendo ci mancava solo il temporale

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Taranto, tromba d’aria sull’Ilva (video). Almeno 20 feriti, si cerca un disperso

Il sindaco: “Si parla di tre vittime, ma non ci sono certezze”. Poi si corregge: “Ufficialmente nessun morto”. Sei bambini di un asilo all’ospedale. Una gru è finita in mare, sommozzatori al lavoro per individuare il lavoratore che stava manovrando in cabina

Più informazioni su: .

Una violenta ondata di maltempo si è abbattuta su Taranto e una tromba d’aria ha causato il crollo del camino delle batterie 1 e 2 dello stabilimento Ilva, nel reparto cokerie, ma anche il crollo in mare di una gru. “Si parla di tre vittime – dice il sindaco Ippazio Stefano – ma non abbiamo certezze” salvo poi correggersi: “Al momento non ci sono notizie ufficiali di vittime”. I feriti, in ogni caso, sono almeno una ventina, mentre i sommozzatori sono al lavoro per cercare un disperso: si tratta del manovratore del mezzo meccanico che si trovava sulla banchina dell’acciaieria. Sul posto ambulanze, mezzi dei vigili del fuoco, carabinieri e polizia. La situazione è tornata ora alla normalità, ma si stanno cercando le persone che mancano all’appello (dentro e fuori dallo stabilimento) e si stanno calcolando i gravi danni che hanno subito le strutture dell’Ilva. Nella cittadina di Statte, a ridosso dell’Ilva, il maltempo ha investito una scuola: sei bambini sono rimasti feriti in modo lieve e sono ora nell’ospedale Moscati di Taranto dove vengono medicati. In tutto negli ospedali, compresi i bambini, dovrebbero esserci, secondo Amati, 18 persone: la vita di nessuna di loro sarebbe in pericolo.

Vicino al camino spezzato si sono viste anche levarsi fiamme, forse prodotte dal fulmine che ha colpito la ciminiera. Molte lamiere sollevate da impianti Ilva hanno bloccato le strade adiacenti. I gasometri all’interno della fabbrica sono stati messi in sicurezza. All’esterno del siderurgico si sono notati gruppi di lavoratori che hanno abbandonato lo stabilimento. ”Non si segnalano vittime e la situazione è tornata sotto controllo” confermano fonti della questura. (La diretta di TeleNorba

 

La tromba d’aria avrebbe provocato l’incendio dei gas di scarico di alcuni degli impianti, secondo quanto riferito dai vigili del fuoco. Da qui anche un possibile rischio di esplosioni. I pezzi di cemento caduti dalle ciminiere, infatti, si sarebbero riversati su due tralicci dell’alta tensione. E’ rimasta bloccata anche la linea ferroviaria Bari-Taranto e i passeggeri di un treno sono in attesa di trasbordo su autobus per raggiungere Taranto. I feriti provocati dalla tromba d’aria, in tutta la città, sarebbero una ventina, altre persone sono disperse. ”Stavo guidando un camion vicino alle batterie 7-12 – racconta un lavoratore rimasto illeso – All’improvviso ho visto un tornado, volare tutto e fumo. Non riuscivo a vedere più niente. Mi sono fermato e sono fuggito”.

Secondo l’azienda al momento sono 20 i feriti lievi in infermeria dello stabilimento, mentre due feriti sono stati portati in ospedale dal molo. L’azienda, si precisa ancora nella nota, ha messo in atto tutte le procedure di emergenza generale, gli impianti sono presidiati, in azienda sono presenti i comandanti dei vigili del fuoco provinciale e regionale. Non c’è stato alcun incendio. Le fiamme visibili dall’esterno – si precisa ancora nella nota – sono relative agli sfoghi di sicurezza provocati dalle candele di sicurezza degli impianti. Tutta l’area ghisa è sotto controllo, l’azienda ha subito gravi danni strutturali ancora da quantificare – si sottolinea ancora nella nota dell’Ilva – non c’è stata evacuazione, sono stati messi in circolo tutti i bus aziendali per raccogliere il personale non addetto alla gestione dell’emergenza generale e accompagnarlo alle portinerie e ai punti di incontro dell’azienda.

 

A quanto riferisce all’Adnkronos Mimmo Panarelli, responsabile territoriale dei metalmeccanici della Fim Cisl, sarebbe caduta in acqua una delle gru situate sopra uno dei pontili che affacciano sul mare e che si trovano all’interno dello stabilimento. Quattro persone sono rimaste ferite: sono due operai che erano sulla struttura finita in pezzi, ed altri due che invece si trovavano nell’area sottostante. Tuttavia “potrebbero esserci tre dispersi” per le conseguenze determinate nell’area portuale. “Intanto quasi tutti i lavoratori hanno lasciato lo stabilimento per lo spavento. Molti se ne sono andati. Non si può continuare a lavorare senza sicurezza”, spiega. La tromba d’aria “ha determinato lo sprigionarsi di fiamme altissime alte 50 o 60 metri” aggiunge Panarelli. Per questo è stato deciso il blocco di due estrattori che alimentano la rete del gas. “I lavoratori, preoccupati per le conseguenze, sono quindi usciti dalla fabbrica e ora i tecnici stanno effettuando dei controlli”, aggiunge. Secondo quanto riferisce Panarelli anche nel vicino comune di State la tromba d’aria ha causato danni ai tetti delle case che sono state scoperchiate.

Video di Luigi Piepoli

 

A causa del forte vento, nell’area portuale adibita al carico e scarico del materiale del siderurgico, sono crollati anche alcuni caricatori. La violenza della tromba d’aria è evidente anche dalle auto ribaltate sulle statali 106 e 100, che portano a Reggio Calabria e Bari. Sulla strada Taranto-Statte alcune auto si sono rovesciate. Lamiere e detriti hanno travolto un bus privato in transito davanti all’Ilva al passaggio della tromba d’aria che ha colpito la città di Taranto. I vetri del mezzo sono andati in frantumi e l’autista è rimasto ferito. Sono stati abbattuti muretti, alberi e guard-rail. Ingenti i danni anche a una stazione di rifornimento carburanti.

 

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